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    November, 2009

    Sulle spalle dei Giganti

    Vorrei iniziare con una frase del tipo: “Attenzione! Non sono i soliti discorsi.” per attrarre l’attenzione degli spettatori e creare l’attesa. Il classico silenzio magico prima dell’inizio. Ma tant’è spettatori non ci sono mai stati da queste parti, semmai qualche sperduto lettore a cui do il benvenuto. E lo rassicuro: sono i soliti discorsi. Chi mi conosce confermerà.

    Quante volte abbiamo classificato le persone nei nostri pensieri? Milioni. Tutti son diventati di tutto, almeno una volta (o quasi). Brillanti, belli, disonesti, antipatici, maldestri, deficienti si son dati il cambio come a mo’ di staffetta nelle nostre fervide menti occupandole, per guaio o per fortuna. Questa sera mentre mi attaccavo poco finemente al brik di succo d’arancia mi è passato in mente uno dei miei soliti pensieri cretini temporanei, e cioè che il mondo si divide in due: quelli che bevono i brik a canna e quelli che versano sul bicchiere. I primi sanno sempre, rispetto agli ultimi guarda caso, la data di scadenza del loro succo. Poi il sorriso si è fermato. Perché ho pensato che il mondo non si divide solo in questo ma in tante altre cose. Bella scoperta, direte. Ho pensato che si divide in deboli e giganti. Quelli che hanno paura della loro data di scadenza e quelli che anche se la sapessero tirerebbero dritto comunque. E poi credo che se siamo qui a raccontarcela, sia merito dei giganti. E delle loro spalle che ci hanno tenuto su quando non potevamo e dei loro piedi che non sono sprofondati nello schifo del mondo quando i nostri si erano impantanati.

    Mi spiego meglio, perché a questo punto o smettete la lettura o mi date del pazzo.

    Io ho visto un gigante, posso raccontarvi com’è. Sapete un gigante è sempre umano, ci vive vicino forse, e di sicuro le sue dimensioni sono pari pari a quelle degli altri. L’amico nel momento del bisogno? Più o meno. Come si fa a scoprire uno di questi giganti? Non si può scoprire prima di appoggiarcisi su. Quando sei in difficoltà c’è sempre chi ti aveva detto “se hai bisogno chiama” e poi latita, c’è sempre chi ti aveva detto “se posso fare qualcosa per te” e poi non riesce a farla, c’è sempre chi ti aveva promesso aiuto o forse lo aveva solo pensato, magari nemmeno pensato in verità, fatto sta si prende il carico.
    Il peso. Il peso dei tuoi dolori, dei tuoi problemi. Lo schifoso sangue dei tuoi tagli. Ed una cosa è certa: questo mondo qua un po’ di schifo lo fa, anche se andiamo in giro a fare i “fighi”, anche se ce ne infischiamo di tutto e di tutti, quindi potrebbe darsi che avremo bisogno di un gigante che si prenda cura di noi. Che ci sollevi da terra e ci risparmi da un tratto di strada. Dalla eccessiva stanchezza che quel tratto di strada comporterebbe. Affidarsi a qualcuno è sempre un rischio. E se quello non mi prende? E se mi prende e non mi regge? Ma anche non affidarsi a nessuno lo è. E se continuo da solo a camminare con il piede zoppo e poi mi diventa incurabile? E se mi fermo? E se mi perdo?

    Io ho visto un gigante.
    Ho sentito il suo sudore sulla fronte in un lavoro che faceva per me. Ho visto con quanta fretta recuperava il tempo dalle sue cose per dedicare il restante a me. Ho visto quello che si è tolto per darlo a me sapendo che forse lo avrei sprecato, ma insegnandomi a non farlo. Ho visto la preoccupazione tendergli la pelle del viso. Ho visto darmi pazienza e darla alle cose. Ho visto come prende gli scossoni e va avanti con me stretto sulle spalle. Guai a chi mi tocca. Cavoli suoi. Come non perde la speranza. Come non sparirebbe dalla mia vita anche se per mio male io volessi. Ho visto come sa premiare la fatica e come rendere attimi speciali. Ho appreso come suo malgrado mi proteggesse dalle infezioni. Ho percepito la passione di intenti nell’impulsività di fare, fare per me. Fare per non fermarsi. Ho visto come promette poco e mantiene tutte le migliori promesse non dette. Ho visto che non segna mai quello che dà per averlo indietro. Ho sentito che i “grazie” erano la sua ricompensa preferita. Uno che non ti fa troppe domande, perché quando stai male non sei improvvisamente un partecipante di ‘chi vuol esser milionario’ ma forse hai bisogno di pace. Questo è un gigante. Quello che se non si fa avanti nella tua vita quando sei fermo e mezzo zoppo allora non esiste. Fatica sprecata inventarlo.

    Poi ci sono i deboli.
    Quelli che pensano di essere davvero qualcuno e magari lo sono, ma solo perché sono sopra le spalle di un gigante da tutta la vita. Sono quelli che non hanno ancora imparato a sacrificarsi per ottenere le cose, quelli che le tasse non le pagano per milioni e hanno la barca, quelli che non entrerebbero in un centro sociale perché si vergognerebbero, quelli che i figli devono avere tutto perché loro non hanno avuto niente ma non danno del loro tempo, quello no. I deboli sono quelli che scappano sempre e comunque, che promettono e non mantengono, che barano, che cambiano gli ideali e le vite degli altri per convenienza, i mercenari, quelli che devono vigilare qualcosa dalla feccia e ne fanno parte, quelli che giocano con poco, basta un po di polvere o una pastiglia. Stanno sulle spalle dello Stato, di una famiglia, di qualcun altro. E sulla bandiera ci sputano con l’ingratitudine, con l’assenza di impegno per cavarsela da soli, e sulla famiglia ci marciano su. Perché la famiglia ha un obbligo morale. La famiglia non può scaricarti. Devi prendere.

    In questo pianeta di rivoluzioni in atto macroscopiche, almeno in ambito sociale, i deboli si profittano dei giganti buoni e diventano loro padroni. La cosa triste è che le cose accadano alla luce del sole e pochi si scandalizzino. L’ordine delle cose non potrà di certo cambiare in questi giorni. Cosa si può fare in questi giorni? Spendiamo un grazie ai grandi della nostra vita. Facciamolo. Quanto ci costa? Domani mattina. Dedichiamo così tanto tempo a noi stessi che 5 minuti di ricordo se li possono valere le persone che ci hanno dato. Che ci hanno sempre fatto sentire la loro presenza e non si sono mai dimenticati di noi. Una telefonata. Un sms. Non facciamo gli ingrati. Una colazione al bar. Tempo signori. Il tempo è una delle più belle cose che si possono dare che a non poter essere sostituita da nulla altro. Io quel poco che ho lo devo ai giganti della mia esistenza, più che a me stesso. Alla loro cura e soprattutto alla loro pazienza. So che ci sono, spero che mi leggano. Un giorno vorrei essere come loro. A loro offro questo bicchiere di succo d’arancia che ancora mi rimane e un posto nel cuore ad ogni costo di affettuoso ricordo.
    October, 2009

    proprietas da…. proprius

    Ogni giorno ci camminiamo sopra. Senza sapere di chi, di cosa, per quanto. La vecchia nuova proprietà è sempre di qualcuno. E’ sempre o pubblica o privata. Secondo il Codice Civile (al Libro Terzo della proprietà)  “Il proprietario ha diritto di godere e disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo, entro i limiti e con l'osservanza degli obblighi stabiliti dall'ordinamento giuridico”. Quindi, che tu sia una persona fisica o un soggetto giuridico, ti spetta la titolarità del diritto che ti compete. Qualcuno ti dirà cosa è privato e cosa è pubblico. Cosa non lo sarà mai e cosa lo può diventare.

    Il proprietario può utilizzare la cosa, cioè può trarne il valore d'uso che essa ha. Il proprietario è teoricamente libero di usare o non usare il bene, di decidere come usarlo, di trasformarlo e al limite di distruggerlo (sempre che l’ordinamento giuridico sia d’accordo). Semplicemente ci camminiamo sopra e ci macchiamo le scarpe. E andiamo. Oppure ci passa per le mani, si perde per le tasche, si rivende a miglior offerente. Vi voglio parlare di proprietà privata. La più privata che ci sia: noi. In materia di etica&salute il mondo discute ancora (e lo farà per molto) il diritto di poter esercitare la proprietà privata dei nostri corpi al posto nostro in circostanze particolari. Alcuni tribunali, alcune giurisdizioni tolgono alle persone la capacità di decidere, o di decidere anticipatamente, se risulta evidente che esse non sono più grado di farlo o se semplicemente sembra un aggravio all’etica globale e sembra più giusto il contrario (es. trattamenti fine vita, testamento). Ma non è di questo che vi parlerò. Ma del concetto generale, fondamentale, di poter e dover godere della proprietà che abbiamo: a maggior ragione se la proprietà in questione siamo noi.

    E c’è ogni giorno qualcosa che minaccia di far diventare il privato pubblico. Alzi la mano chi non è mai diventato pubblico. Di solito succede con le cose peggiori che siamo. Con i difetti. Ma anche con quello che proteggiamo, con i segreti. Con le vergogne, non solo morali, e con i sentimenti. E come ci sentiamo toccati davanti a un tentativo di esproprio. Di passaggio da pubblico a privato. Una malattia. Una sofferenza che vorresti vivere di nascosto. Il nudo della tua anima. Il marito, la moglie che vogliono sapere di sè sempre tutto. L’uomo che ride davanti a una collega che fatica a lavorare, con gli occhi lucidi. Il compagno di scuola che racconta a tutti che quello non ti si fila proprio. La social card che in Italia dice anche al panettiere che stai morendo di fame e sei un “aiutato”. La tua faccia privata che porta i segni della vita pubblici.

    E c’è ogni giorno qualcosa che minaccia di togliere la dignità di torno. Quella dignità che risparmi, centellini, fino all’ultimo. Semplicemente molti ci camminano sopra e si macchiano le scarpe. La coscienza. E andiamo. Andiamo tutti insieme per Corso Italia, ognuno nel suo, a guardare le vetrine. E se vediamo qualcuno che sta peggio di noi, un senzatetto, un venditore ambulante di un’altra etnia, voltiamo la faccia senza un sorriso. Perchè è vero che le stesse cose che cerchiamo di nascondere in noi non vogliamo vedere negli altri. Una proprietà pubblica troppo scomoda. I problemi sono sempre scomodi. Ma noi paghiamo con la carta di credito, e possiamo ancora scegliere il colore delle scarpe.

    Ma c’è quel privato di noi che sono le stesse cose di chi le vive in disgrazia pubblica. C’è chi vorrebbe suo padre, sua madre accanto a sè più di una volta l’anno come lo desidera il venditore di tappeti marocchino che è a Milano senza permesso di soggiorno. C’è chi non vorrebbe andare a recuperare ogni volta i soldi dal salvadanaio, in tutto il mondo, cambia solo il valore del salvadanaio prima di essere rotto. C’è chi si chiede quanto di tutto sia giusto, per lo meno per il futuro dei suoi figli che stanno crescendo e mentre se lo chiede guida una classe S da 80 mila euro coi sedili in pelle, e chi se lo chiede perchè hai i figli in cura all’assistenza sociale. C’è chi pensa che sta perdendo la sua serenità mentale e non si chiama più stress, ma ha paura di dirla quella parola: perchè è una malattia; e dice agli altri che sei un debole. E ci pensa uno che si è appena laureato e ha la vita davanti, chi ha una bella famiglia, chi ha sempre pensato di essere onnipotente. C’è chi pensa di meritare un briciolo d’amore a questo mondo perchè in fondo non è solo fatto di difetti e imperfezioni.

    Ognuno cerca di tutelare la sua proprietà privata. A volte perfino negando che esista. A volte perfino cessando di vivere abbastanza.

    Sono qui che ti parlo di questo. Ho chiesto a una persona: cosa ti rende felice? Questa la sua risposta:

    Mi piace il calore di un abbraccio sincero, mi piace chi pensa prima di parlare e soprattutto agisce in armonia con le sue scelte,
    mi piace una the o una cioccolata calda d'inverno, davanti al camino con il freddo fuori dalla finestra e il calore sotto il piumone,
    chi mi narra una storia a bassa voce tra i lumi di qualche candela profumata alla cannella; chi mi saluta guardandomi negli occhi e
    con una interessata e importante stretta di mano.
    Chi mi ascolta, ma lo fa davvero e porge orecchio ai miei silenzi e sospiri più che alle mie parole.
    Il sorriso pieno di un bambino quando si diverte a vedermi mentre faccio la buffa e...due persone che si tengono per mano anche dopo anni e anni di matrimonio e vita vissuta insieme. La complicità di uno sguardo e la semplicità e magia di un minuto speciale.
    L'importanza di far sentire ciascuno speciale, unico. Rispettare gli spazi altrui e varcare la soglia di questi ultimi solo quando me ne viene data la possibilità.
    Il contatto che cerco scagliandomi sugli altri, solo per sentirne la presenza.
    Un libro, nel quale posso immergermi senza paura di affogare. Una poesia dietro la quale solo io posso scorgere mie verità, ad altri celate.
    Un gelato in pieno inverno per sentire i brividi non solo fuori, ma anche dentro. Il calore di una sciarpa intorno al collo dalla quale posso sentire il profumo di persone a me care. Il bacio della nonna o del nonno dopo avergli fatto visita. Il tepore di un bacio. La felicità altrui. I piccoli gesti: un semplice fiore colto in un campo.
    I viaggi. Il poter sostenere una sorella o un fratello in un periodo non favorevole. Emozionare le persone attraverso ciò che esprimo scrivendo.
    Essere e non apparire. Ascoltare...attentamente. Gioire con chi gioisce e provare amarezza con chi prova amarezza.

    Di queste risposte ce ne sono milioni. Non posso intervistare tutti.

    Quante volte hai rinunciato a tutto questo, per proteggere la tua proprietà privata? Per paura del pubblico. Non so tu, ma io molte volte. E lo rifarò. Ma ci spetta di godere e disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo, entro i limiti e con l'osservanza degli obblighi stabiliti dall'ordinamento giuridico dei nostri stivali, capisci? Ci spetta utilizzare la cosa, trarne il valore d'uso che essa ha, sulla nostra pelle. Sia un difetto, un pregio, una malattia, un segreto, un tuffo nel dolore. Scambiarla. Il proprietario è praticamente libero di usare il bene, quel bene privato, quel bene che può voler dire solo bene cristo santo, di decidere come usarlo, di trasformarlo all’infinito. Con tutta la paura di questo mondo. Ti spetta. E ti spetta cadere. E ti spetta non venire preso in considerazione, essere preso non con la cura di cui ha bisogno, ti spetta essere dimenticato. Hai bisogno di pensare a te perchè nessuno lo farà per te molto spesso.

    Vi dico: le strade, le finestre, le passioni, l'inverno, i battiti persi. Le speranze forti. La proprietà privata. Le lascio a voi proprietari. Non deludetevi.

    Ti dico: se vuoi, viola la mia.

    La prima ad arrivare e l'ultima ad andare

    Vorrei fossi tu pioggia
    Che sceglie il mio viso

    Vorrei fossi tu pioggia
    Che seguita altresì dove io non arrivo

    Vorrei fossi tu pioggia
    Che cancella segni dei miei passi sbagliati

    Vorrei fossi tu pioggia
    Che lava via il tempo e l’abbandono da ciò che incontra

    Vorrei fossi tu pioggia
    Che non sa fare i calcoli di quanto tempo può restare

    Vorrei fossi tu pioggia
    Che impazza e poi è bevuta

    Vorrei fossi tu pioggia
    Che cresce dai miei piccoli davanzali fatti emozionate palpebre

    Vorrei fossi tu pioggia
    Che inevitabilmente frena su me e s’accorge.
    October, 2009

    La tre, amici ascoltatori

    - Non sono amico dei numeri. Mai stato. Riconosco che gran parte delle cose esistenti e concetti scientifici applicati, e non, si possono ridurre in numeri. O si possono costruire su di essi. Anche un pensiero, se non fosse imprevedibile e dettato da nuove connessioni istantanee, che è un complesso stimolo chimico dovrebbe poter essere teorizzato attraverso serie numeriche complesse. Signori, anche il tempo è numeri. Non tutto si può comprendere attraverso i numeri. Ma alla fine, io, sono diventato il me che guardo ora attraverso loro. Il numero ufficiale è il 3. Quello non ufficiale non esiste, appunto perché non lo è. 3 volte che ho fatto il sarto a me stesso sull’abito pelle.

    Cosa nascondi numero 3? Cause? Conseguenze?

    Entrambe. Qualcuno è stato la conseguenza di piccole attenzioni con destinazione me. Dei tanti volermi forte. E’ diventato attraverso me la più bella parte di se con suo merito, ai miei occhi. Qualcuno è stato la conseguenza di molto freddo, o di molto male. Qualcuno è stato la causa, la causa di un angolo della propria storia di vita. Messa poi davvero in un angolo.

    Più volte cerco gli occhi del numero tre. Perché gli occhi, anche da soli, sarebbero tutto. Erano tutti a modo loro, ironia della sorte poi legati dagli stessi colori, legati dallo stesso tipo di sguardo. Disarmato, innocente, in attesa. Sognatore. Ed erano i miei davanti ai loro assorbiti, mai paghi; lo specchio della felicità. C’è stata una porta sbattuta, un’altra volta un telefono chiuso, ed un’altra volta un viaggio maledettamente schifoso sul sedile di dietro. Il numero tre è in realtà il numero 1 sommato tre volte.

    Una pozza di sangue e qualche urlo soffocato. Uno scottex appiccicato su come se bastasse.

    - L’amore riempie il frigorifero, se vivi da solo lo sai. Quando lo apri non puoi fare altro che sorridere, puoi di nuovo chiuderlo. Ti basta vedere che è pieno e qualcuno ha pensato a te.

    - L’amore, per restare in tema di numeri, miei cari lettori, ha come numero ufficiale indovinate quale? Non è difficile. Ha il numero uno periodico. Il numero primo 1. Il numero più completo da meno infinito fino a più infinito.

    - Se fossi diventato ciò che sono attraverso l’uno non sarei me. Sarei meglio di me. Non è rimpianto. E’ che ora devo spiegarmi chi sono attraverso i numeri. La parte più noiosa del compito. Devo spiegarmi perché non ho mai fatto ciò che io stesso ho teorizzato e poi scritto, in comandamenti-memorandum, come: “prima di fare nuove conquiste tieni stretto ciò che hai” oppure “non credere alle tue verità finché non sono le verità degli altri” e via discorrendo. Dovrei rendere conto del perché io abbia coinvolto altri studenti sbadati e non mi sia fatto aiutare nei conti.

    - Per un intero anno scolastico, mi sembra la 4a superiore, ricordo che consegnai i compiti di matematica appena suonava la campanella al professore, vuoti. Solo con il testo dell’esercizio. Se c’è qualche compagno che legge lo ricorderà. Il professore andava in bestia. Voleva che ci provassi. Ma io il libro non l’avevo mai aperto. Secondo me, era più dignitoso il foglio vuoto. Penso ancora questo. Nonostante questo oggi ci ho provato, il mio foglio è arrivato alla facciata numero tre, ed è costellato di calcoli che mai torneranno. Nessuno si prenderà la briga di controllarli, di guardare dove finiscono, non c’è un totale. Una cifra, un’espressione, il valore di un’ incognita a premiare gli sforzi.

    - Se non hai un totale oggi non hai niente.

    - Ci sono numeri che mi spiegano. E che spiegano anche voi. Nel mio caso il numero dei traslochi, il numero degli amici, il numero di foto, il numero di segreti, il numero delle pagine di un libro impolverato. Mi dicono, vogliono farlo e non possono fare altrimenti, come uso il tempo, come uso i sentimenti, le energie, gli occhi, le mie qualità, i miei difetti, il denaro e tantissime altre cose. Gran bel da fare sarà pensarci su.

    - Più volte cerco le dita del numero tre, o i loro abbracci, il vapore della loro aria sul vetro dei miei pensieri. Spero di ritrovarli tutti in un numero uno quando lo desidererò.

    Cosa cerco? Cosa cerchiamo? La cura, la protezione, la sicurezza di essere raccolti nei momenti fragili e delicati, di essere rasserenati con semplici silenzi e delle strette. Più che molte parole. La terra è un posto difficile in cui vivere ma è l’unico. Sarebbe bello poter tornare ogni giorno in un posto che chiude il mondo fuori, un posto dove puoi a volte smettere di essere per forza efficiente, brillante, risolutore, super comunicativo o stressato, o con le barriere sempre alte. 

    Essere semplicemente essenziale per qualcuno, essere la “dolcezza che alla fine ti salva” (Shakespeare NDA) per qualcuno, essere la luce in fondo agli occhi dietro il vetro il buio e la pioggia per qualcuno. Essere ascoltato e preso in braccio; perdonato per le disattenzioni e scusato per i limiti.

    Luce, luce in fondo agli occhi. Assaggio una lacrima in un sorriso. Impariamo dai numeri ma non facciamoci confondere. Aspettiamo. Aspetto. La vita si vede da chi la porta.

    October, 2009

    Prima, o sarà troppo tardi ( American Losses) il racconto a 4 mani di Fabio e Simona

    Uno
    Ogni senso era completamente preso dal misterioso sciabordio di onde. Immerso nel silenzio si muoveva lungo la riva del mare, le mani in tasca e le spalle strette per riparasi dalla brezza marina della sera, cupo, brezza, ripensava al viso di quella donna. Rigato dalle lacrime. Ancora impazzita brezza.
    Era stata una giornata come le altre quella di due anni prima. Per lei. Frenesia in città, appuntamenti saltati, alcuni presi, sul filo, sì sempre sul filo. Del possibile.
    Adesso osservava curioso la forza di quell'anima così sofferente che nonostante l'indescrivibile dolore provato non emetteva alcun gemito. Le si poteva scorgere nel fondo delle pupille, l’epicentro degli occhi dell’anima, la lacerazione al cuore provocata dal quel male così profondo, da quella perdita così improvvisa.
    Era bastato saltare un taxi. Esser partita un minuto dopo. Oppure avrebbe dovuto fermarsi a fare carburante all’Orion di Santa Fe’ Street e non a quello di Greenspens sull’ottantaquattresima più trafficata. Per vincere la lotta con il tempo. Per non intersecare la sua strada con quella di Pete Gregor, neo assunto dello studio dentistico Trevels e Co.
    Dave aveva ancora indosso il vestito nero mentre rivolgeva uno sguardo stranito alle orme lasciate dalla sua scarpa sulla sabbia. Cos'è la vita? Ecco cos'è la vita: è un'orma lasciata leggera sulla sabbia che presto sarà cancellata dal passaggio di tanto mare, è qualcosa di effimero, di passeggero, qualcosa che se non è basato su principi validi, importanti, saldi come l'amicizia, la devozione, l'amore, non trova una vera definizione. Cosa sono le emozioni, quelle che ti permettono di gioire fino quasi a raggiungere la luna in un solo battito, le sensazioni che ti danno l'opportunità di essere travolto da un turbine violento di passione, i sentimenti quelli veri, sentiti, vissuti, assaporati, sognati, voluti fortemente? In miliardi di circostanze diverse, sono quello che cerchiamo, che sentiamo, che diventiamo, che siamo.
    Fragili a vibrare, o già rotti nella scatola prima di arrivare a destinazione.
    Alla stessa ora, di due anni prima, il vento si piegava per dar vita alle fiamme, il fumo si perdeva tra gli spifferi impercettibili e le voragini della lamiera piegata. La vita passava e non si fermava. Le emozioni tornavano a essere piccole quanto il bottone di una camicia, saltato fuori dal vetro. In un urlo spento.
    E poi quel tanto, quel bello, quel cortile di eternità e quasi onnipotenza affacciato sulla vita era per prendere fuoco, era per prendere acqua dal cielo fino ad affogare, era per le crepe. Era andare indietro fino a perdere l’ossigeno dal bordo del sedile ai piedi del cielo.
    Due
    Dave facoltoso, di bell’aspetto, affascinante, dalle grandi prospettive di carriera governativa, conosceva donne bellissime e intelligenti e uomini illustri, economisti, stimati ricercatori, i potenti dell’America sconosciuti. Condivideva con loro macchine governative parcheggiate in fila e scortate, sigarette accese da accendini d’oro, borse scure di pelle.
    Era un uomo il cui cuore era indurito dalla ricchezza e dagli agi; un uomo capace di vivere nella bugia come fosse verità, con scrupoli dietro le spalle, con molte pretese, incapace di pazienza, di chiedere con cortesia, anche nei sentimenti.
    Era stata una voce anonima gracchiante a iniziare quel viaggio a ritroso, vorticoso, tra le ragioni della vita.
    <<Dave Smallows?>>.
    <<Chi parla?>>.
    <<Dave Smallows?>>.
    <<Sì..mi dice..>>.
    <<Capitano Senders, del distretto di Manhattan>>.
    <<Catherine Brudge Senders è sua moglie, giusto?>>.
    <<Sì, le lascio il suo numero? 7659..>>.
    <<Signor Smallows, mi stia bene a sentire e non mi interrompa, sua moglie ha avuto un incidente con una vettura tra la quindicesima e la sesta, ora è in viaggio verso The Guardian Hospital, dove sarà ricoverata d’urgenza in rianimazione>>.
    Silenzio. Il coraggio mancato.
    <<Mi ha capito signor Smallows?>>.
    L’ultima cosa che ricordava di Catherine erano le splendenti lune alle orecchie fatte comprare a Margie, la sua segretaria, indossati alla cena di due settimane fa al gran ristorante Gusto Italiano.
    Si fermò un istante, voltò lo sguardo sul mare e lo perse laggiù oltre quella grande distesa mentre i pensieri viaggiavano ininterrotti come la pellicola di un film muto. Era una giornata particolarmente grigia e l'aria odorava di pioggia, di temporale. In lontananza si potevano scorgere le luci dei primi lampi, i rumori turbolenti dei primi tuoni. Erano passati solo due anni, due interminabili anni di fatiche da quella telefonata. Di aggrappi alla rassegnazione, alle speranze, all’odio cercato e rinnegato, scivolando dal pianto dietro la tenda della sala operatoria a un sorriso dovuto, emozionato, costretto, due giorni dopo il coma per lei.
    In bianche lenzuola. Più corta. Tragicamente più corta.
    Il giorno lentamente stava abbandonando la scena per lasciare il posto alla notte. Dave con passo deciso spinse la sedia a rotelle verso la sua autovettura.
    La verità era che Pete Gregor, assistente del Dott. Hudgens dello studio dentistico Trevels e Co era il figlio della distrazione e la sua Jeep non aveva fatto sconti in una serata di stanchezza. La verità era che segretamente Pete Gregor era stato assoldato dalla controparte politica di Dave per eliminarlo segretamente dalla probabile futura scena presidenziale. La verità era che Pete Gregor lavorava in incognito come agente operativo Cia, in collaborazione con l’ufficio D dell’Interpol con supervisore capo Francois Modèl a Lione, e aveva il compito di convincere definitivamente il signor Dave Smallows a tenere la bocca chiusa su certi affari americani all’estero appoggiati dal presidente. Nell’interesse di tutti.
    La verità era che se lo sarebbe chiesto per molto tempo ancora. Ma di sicuro era stato per via del suo lavoro. Lo sapeva.
    Le passò l’indice sullo zigomo per portar via tutta la pioggia. Prese in braccio Catherine e l’adagiò sul sedile. Salì in macchina, accese il motore e diede un ultimo sguardo a quella tavola grigia e calma laggiù, inserì la marcia e iniziò il suo ritorno verso casa.
    Tre
    Dave contava le giornate del lontano passato in cui Catherine non piangeva, quelle in cui si abbandonava in cerca di affetto, in cerca di lui. Prima di molte collane, e borse e cene mancate. Se le ricordava tutte, la memoria non serviva. Si erano presi come si compra un regalo in ritardo la sera di Natale. Visti e piaciuti. Imbustati e non provati. La bellezza, la carriera, i modi, il vestir bene, erano bastati. Era tutto di classe. Non è facile trovare qualcuno che pensi sia alla tua altezza.
    Non si erano mai amati per mezz’ora. Servivano a spingere avanti la vita avanti di due o tre metri, per vedersi giovani di successo in stanze vuote di una villa a tre piani. Per sfogare lo schifo della vita nella stessa stanza. Per avere qualcuno nell’altra metà della foto con sfondo Miami. Per riempire il vuoto. Quello con cui tutti nasciamo e ci accorgiamo di avere appena rompiamo il guscio con il becco. Per non sentire solo silenzio nella nostra casa. Perché il letto scricchioli a dovere. Per far parte di qualcosa davanti agli occhi di tutti.
    Le ventitre. Dave si trovava al capezzale del letto dell’ospedale; tirò fuori dalla sua 24ore di pesante cuoio nero la lettera che aveva trovato per caso nel cassetto della scrivania mentre cercava documenti di sua moglie da portare al primario. Catherine sedata, dormiva.
    Lentamente tirò fuori dalla busta quel foglio rosato. Aprendolo avvertì la leggera essenza del profumo che sua moglie vaporizzava sul corpo prima di dormire la notte. Tirò un profondo sospiro e iniziò la lettura:


    Caro Dave,
    mi trovo immersa nei miei pensieri mentre, facendo male al tappo di una penna, penso a te…a noi.. Non riesco a comprendere cosa ci è successo, cosa è successo al nostro amore che aveva la forza e la foga di una tempesta, che era dirompente e impetuoso come un mare in agitazione prima di un temporale, che era appassionante e coinvolgente come un caldo abbraccio, un tuo abbraccio..un tuo bacio.
    Guardandoti negli occhi, non vedo più il Dave di qualche anno fa. Il Dave che sarebbe venuto con me fino in capo al mondo, quel Dave che mi ha giurato amore eterno sigillando l’emozione di quel momento con uno sguardo dentro al quale potevo scorgere cristallina la sincerità di un amore puro.
    Ora nei tuoi occhi così profondi ho la sensazione di perdermi, di smarrire la strada, di raggiungere un bosco scuro e cupo dal quale non saprei più come uscire e tornare indietro.
    Non ti nascondo, amore mio, che mentre scrivo tremo e piango interrogandomi sul perché tutto abbia perso la magia di un tempo.
    Ti sento distante, freddo, indifferente al mio sentimento, al mio amore e forse questo e ciò che mi ferisce di più, ciò che mi incide sul cuore una ferita dalla quale sento gocciolare lacrime amare. Vorrei poterti donare il mio amore incondizionato, senza barrire, senza limiti, ma devo abbassare la testa e ingoiare il nodo alla gola in gola davanti al muro che ti sei costruito.
    Sai, l’altra notte non riuscivo a prendere sonno e mi sono accorta che tu non eri affianco a me. Scendendo le scale, mi sono diretta verso il salotto. Vedendoti lì seduto, sono rimasta sulla soglia della porta osservandoti mentre pensieroso, sorseggiavi un bicchiere di vino rosso scrutando oltre la finestra, il buio della notte.
    Avrei voluto raggiungerti e senza proferir parola abbracciarti e donarti un tutto il mio affetto ma non sarebbe servito, eri lontano.
    Piccolo amore mio, non so come sarà il futuro, non so se questo è un periodo grigio dovuto al cambiamento del tuo lavoro e alle grosse responsabilità che ti sono state affidate e che quindi hai solo bisogno di tempo per riorganizzare il tuo di tempo.
    Apprezzo molto i tuoi regali, i viaggi. Ma non è questo ciò che vuole una donna, ciò che voglio io.
    Conosci il proverbio che dice: Due cuori una capanna? Mi basterebbe una semplice capanna ove poter poggiare le mie membra stanche e affaticate dopo una giornata di lavoro, se questo potrebbe significare ricevere il tuo amore e sentirlo forte e caldo come quando eravamo fidanzati, pronti a superare alte colline e irti monti pur di coronare il nostro sogno di una vita insieme. E due cuori: il tuo e il mio.
    Non so se avrò mai il coraggio di darti questa lettera e svelarti così tutta la mia fragilità adesso nascosta alla tua vista. Vorrei poterti aprire il mio cuore così da permetterti di vedere che all’interno ci sei solo tu e solo tu possiedi le chiavi dello scrigno che lo racchiude.
    Ti amo Dave,
    Catherine.


    Si sentì mancare. Quelle parole.. “le scale, mi sono diretta verso il salotto”, “ avrei voluto raggiungerti”. Non avrebbe più potuto farlo senza quella maledetta gamba.
    “Amore mio”, “due cuori”, “non vedo più il Dave di qualche anno fa”, “tremo e piango”.
    Era stato crudele. L’aveva trascurata. No, peggio. Non l’aveva amata. E lei sì. Lei ci credeva. Ci sperava. Questo fu il pensiero ricorrente di Dave per molti anni. In agonia.
    Quattro
    Mi raccontò tutto. Mi chiamo Abhisar Gursharan, e sono il fisioterapista che segue a domicilio la signora Catherine Brudge Senders. Dave è cambiato molto negli ultimi anni. Ha lasciato il lavoro, che lui stesso definiva “pericoloso”per via di certi segreti che celava, per dedicarsi a Catherine. Alla sua salute fisica e mentale. Alla sua emotività. Ho visto di tutto facendo il mio lavoro, conoscendo così tanta gente. Ma non ho mai visto questo. Ogni cosa che Dave poté fare la fece. Calmò i pianti di lei. Pianse con lei. Le cambiò le medicazioni. Le diede tutto se stesso annullandosi. Riducendosi a uscire raramente di casa. Vendette la sua automobile di lusso. Le trovò l’hobby del bonsai. Le stette così vicino che soffrì anche lui dello stesso male. E iniziarono ad amarsi e a rispettarsi profondamente. Sembrava impossibile. Era vero.
    Un giorno, dopo mesi di chiacchiere e sorsi di whisky mi raccontò tutto. Quel tutto che gli faceva male. Mi disse che ora amava. Non era pentito di amare. Disse che amava troppo. E che il dolore stava diventando sempre più forte. Al che gli chiesi quale dolore. Il dolore di non averlo fatto prima. Gli dissi che non avrebbe salvato Catherine comunque, e che spesso ci accorgiamo degli errori solo dopo avvenimenti che hanno la virtù di cambiare qualcosa in noi. Annuì. Mi faceva molta tristezza vedere quell’uomo piegato.
    Ma ci sono abituato. Nel mio lavoro incontro solo persone che soffrono. Soffriamo tutti. Il cinismo non ci salva e non ci spiega il perché. Bisogna solo andare avanti.
    Catherine migliora di giorno in giorno. Sarà un processo lungo, ma ormai ci vediamo una volta al mese. Lei può continuare a vivere.
    Quanto a Dave, ha lasciato un biglietto d’addio falso sul tavolo e una busta con un mucchio di dollari dentro che ho avuto premura di ritirare dal suo conto. Sarebbe andato a vivere in un paese caldo del sud. Questo diceva la sua calligrafia, niente più che una riga. Ora che l’amore li aveva fatti incontrare per davvero.
    Tutto questo è a rapporto. Non sono solo un fisioterapista indiano. La Cia chiude sempre le sue faccende in sospeso. Abbiamo avuto pazienza, per via di lei. Sei mesi fa è stata abbastanza forte da reggere il colpo di questa improvvisa scomparsa, direi. Così Dave è passato al paese caldo, se sia verso sud non lo sa nessuno, è all’inferno. E l’ho spedito io, per raccomandata con un proiettile in testa. Il fascicolo è chiuso. Meglio essere cassieri in un supermercato. Non sapere di presidenti e di paesi. Mi dispiace Dave, sei uno dei tanti martiri per il bene del paese. Qui non vince il bene, l’amore. Non vince una donna con una gamba sola. Non vince un uomo pentito. Non vincono i pianti e nessuno li ascolta. La ricchezza si paga e la libertà e il potere si comprano: siamo in America.

    Rock on

     

    Comincio a sentire. Nulla. Tutto si ferma. Tutto tace. Stringo la trapunta nel pugno. Comincio a sentire. La mia stanza è un cimitero e inciampo sui resti di tante cose. Non mangio e non bevo abbastanza e la pressione fa scherzi. Bruciano le labbra. Bruciano le foto. Bruciano le cuffie. Comincio a sentire, il silenzio. Ed è bellissimo. Questo silenzio. E mi ero dimenticato. Muoviti. Cammina sul soffitto di quel che pensi e ti sembrerà di volare. Guarda solo la vita al contrario e ti sembra di essere in un altro posto. Ecco ci sono. Non penso a quanto vale. Un pugno immaginario lascia un segno sulla mano. Anche due.  Niente dolore. E torno ad essere me. Quello che decide cosa vuole. Ed un grazie al tavolo. Oggi è un buon giorno. Di  Rock and Roll. Un sasso che precipita. Rrrroll. Nè lontano nè vicino. Precipita al suo nuovo vuoto.  

    Con una faccia che non sai cosa vuol dire, perchè poco da dire è rimasto sulla mia pelle. Ci sono i segni. Quelli stanno in silenzio. Quelli spariscono, si lavano via. Dopo che hai toccato il tuo eccesso, che hai vuotato tutte le persone vicine a te, tutte le ansie.

    Questo è quello che sogno: la buonanotte prima del tic dello spegnersi della luce. E verrò, andrò, passerò e la prenderò. E un giorno ti sveglierai e saprai che è quello che vuoi sentire anche tu. Chiunque tu sia. Perchè lo vogliamo tutti. E non ti muoverai. Chiamerai e ti farai prendere. E riderai così tanto.

    Un sasso che rotola, mai veramente nato e mai veramente morto. Mai veramente cresciuto e mai veramente invecchiato. Un urloooooooo e rotolo. Il mio fedele Moleskine ha ripreso a lavorare e son un fermento di pensieri. Comincio a sentire. La botta dell’eccesso e l’aria. Rock and don’t stop. Mi sento raggomitolato con la voglia dell’abbraccio. Che comunque non prenderei. Perchè ho fretta di fare quello che devo: dare.

    Il tanto da ricordarmi che sono qui grazie a voi. Che sono qui per alcuni di voi. Che è stato carino scrivere qualcosa con la simo, anche se ci abbiamo messo mesi per via della mia pigrizia e mi ha tirato sù sù (anche se rimango ermetico come un barattolo di caffè). Che è stato confortante la pagina 146 di ieri elisa, che non mi ha letto,(fabio volo non mi piace tanto), ma che ho comunque sentito (e letto ehe), per il semplice fatto che poi il buona notte c’è stato. Si pensa sempre che bisogna condividere chissà quali cose. E tallonarci. Controllarci. Sperare. Per forza il bene, quello che porta all’amore. Ma perchè? Serve anche il messaggio di Sendy che mi ricorda Ebrei 10:24,25. E serve il messaggio di Tabita che mi dice che se ho bisogno di parlare… E serve la chiacchierata di questi giorni, dopo molto tempo, con Marta che mi dice che “non è vero che faccio solo male agli altri, perchè ha sorriso e si sente meglio” . E forse io no. Ma che importa? Ho fatto qualcosa per una persona.

    In realtà non mi serve altro che sapere che ci siete. O ci sarete. Ognuno un pezzetto. Quando ci incontreremo senza volere. Un pezzetto ci sarò anche io. E la cosa bella è che non ci faremo promesse. Ma daremo quel che saremo capaci. Senza sapere di dare forse. Senza sapere di fare forse. Un sorriso veloce. Ecco come sta chi dà senza aspettarsi niente. Chi dà prima di pensare di farlo. Grazie per avermi fatto ricordare. Grazie per averlo fatto. Comincio a sentire.

     

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    October, 2009

    Benvenuto al nostro dolore

     

    Mi promisi che mi sarei preso di cura di me, quel giorno. E riempii con forza una macchina con le mie poche cose e tanti regali di persone che mi vogliono bene. Avevo 24 anni. Non era l’occasione per fuggire, era il momento per realizzare qualcosa che..sognavo. Per me. Per diventare me. Sapevo che era una scelta importante e molto più impegnativa che il costo di un biglietto. In nome del mio futuro la scelta fu piacevolmente obbligata. Inizio. Si chiama inizio. Speranze, le si spiegano così. Con un sorriso sempre in bocca. Con la serenità di un bimbo che ad ogni passo incontra qualcosa di nuovo e da esso impara. Anche se non sempre le cose che si imparano sono belle.

    Perchè pensare al passato? Perchè dal passato ci tiri fuori sempre lo spirito delle cose. Quello che perdi con il tempo. Quello di cui dimentichi un pezzetto ogni volta che trovi una cosa nuova sul tuo cammino che ti incuriosisce. Alla fine finisci con le tasche piene di novità ma non ti ricordi dove volevi andare, e per dove dovevi passare. E imbocchi la stradina secondaria che non ti ci porta, lì ai tuoi sogni. Mi sono maledettamente distratto da quel giorno. Volendo bene a persone speciali, incrociando perdite di tempo con dei bei visi. Volendo il meglio per me dalla vita, soltanto però dal mio punto di vista. Seguitando a produrre progetti mai passati alla mia stessa approvazione. Curioso no? Capace di imbavagliarmi da solo. Ma sempre per il bene ultimo. Son riuscito in maniera splendida a non prendermi cura di me. Ma sono io il posto da dove inizia la mia vita. Chi ha provato a prendersi cura di me ha scoperto che è impossibile. Che fa male al cuore. Sa quanto vivo sottopelle. Lontano. Sono una spina che non esce. Che sta bene lì, che si accontenta lì, di quella poca carne che la ospita. Sapendo di creare dolore a qualcuno che vive più vicino. Soffrendo di dolore nell’essere la causa e vederlo. In faccia alle persone. Nelle voci di corridoio i cui echi non si cancellano. Vorrei punire ciò che sono, ma non si può. Ci vuole troppo coraggio. Quantunque un gesto possa essere disperato deve avere il bene come fine. E se ci vuole troppo coraggio il fine è un male.

    C’è sempre qualcuno che cerca qualcosa in questa esistenza. A volte vicino a noi, a volte più lontano. So che ci sono persone che soffriranno ancora per non aver trovato quel che cercavano. Che piangeranno davanti ad una canzone che il ricordo suggerirà. Così pazzo di lei, di lui che amerà come respirare. Sono le nostre storie, le vite incrociate di esseri umani di tutto il mondo. Persone. Che a forza di pensare impazziscono e si riducono a buttarsi vivere. Ad allargare le braccia per prendere quello che il destino, pensano, gli abbia riservato loro. Per la paura di non prendere nulla entro la fine dei giorni. Ma io dico prima di prendere: desidera. Prima di desiderare: conosci. Prima di conoscere: sogna quel che vuoi conoscere. Cosa sono poi delle foto in due che diventano delle foto mancanti? Strappate, cancellate. Cosa te ne fai di sorrisi per 6 mesi se non te li porterai dietro per tutta la vita? Stare, tremare, con occhi pieni di lacrime per continuare a guardare la falsa allegria. I vuoti si possono riempire, sempre, e a volte meglio.

    Siamo tutti sorprese. Un giorno capiterò a te che leggi forse. O forse tu capiterai a me. Forse volterai una cosa che ho scritto e ricorderai le volte che ci siamo passati sopra delicatamente, per prepararci ad amare. E non capirai chi è fatto di silenzi. E ricorderai mesi dopo di quanto ero difficile. E di quanto ci si stanca a lottare in battaglie perse. In entusiasmi mancati. Arriva l’inverno. Lascio i miei desideri a nessuno. Lascio le mie amarezze nel passato di oggi. Riprendo (spero), lo spirito che mi animava nella felicità di lottare per qualcosa a portata di mano. Non ci posso credere che non lo sia la mia serenità. Con la certezza di aver perso qualsiasi cosa fosse in gioco. Con la certezza di non essere qui per vincere. Volto le spalle a me stesso, son stato un fallimento e lo faccio per aver ricevuto il dolore di ritorno dal dolore dato. Fallimento, sì, se non in una cosa: essere spina.

    Fino a caderci dai pensieri (Sirio)

     

    Tiri su con grazia il lago

    come fosse una calza di pizzo,

    lo vesti.

    Guardi qui

    coi segni del meglio sorriso

    lasciato andare,

    chiama a gran cuore

    non nasconderlo mai più.

    Ci ho sentiti uno

    a galla sulla vita.

    Non credermi più.

    La notte dorme piano e poi

    sei lì, tutto in mezzo al tutto

    con la luce in bocca agli occhi

    respirando del buio

    a mani protese

    fino a caderci dai pensieri.

    Per farti sposare ogni mattina.

    Per farti perdere ogni mattina.

    Pezzi di angeli sbattuti a terra

    ci bussiamo sul petto per vivere

    a cercare la forza di sollevarsi.

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    September, 2009

    Diventiamo già essendo o semplicemente siamo?

     
    Siamo quelli che siamo. E' vero ma non è vero. Siamo sopratutto quello che riusciamo a diventare. E non parlo di targhe sul proprio campanello come "dott. arch. ing. ufficiale, etc". Parlo di modi di essere e qualità coltivate nelle quali non ci si nasce eccellenti ma per cui ci si arriva con fatica. Diventiamo meglio di quello che siamo. Portandoci appresso vizi e incapacità insormontabili, difetti, di sempre. Per far accorgere e sorprendere le persone che vogliono vedere il buono in noi. Sì, diventiamo. Come?
    Partirei dal perchè prima. E il desiderio di piacere ed essere apprezzati, fors'anche amati, può essere un incentivo. O forse perchè davanti allo specchio della coscienza non ci piacciamo più. Questi perchè portano al come. Sia per noi, che per altri, diventiamo già essendo: miglioriamo. Ecco la grande differenza tra chi è e chi diventa continuamente: essere in grado di mettersi in discussione con gli occhi degli altri, con le ferite ricevute dagli altri su parole dure dette per il nostro bene, o pensare che siamo così, in quel modo lì, e chi ci vuole ci deve accettare, o noi stessi dobbiamo farlo. Lo specchio della coscienza tacerà per sempre? Troveremo qualcuno disposto a passare sopra tutto quanto quello che siamo? Alcune cose sono molto profonde in noi da sradicare. Difficile a volte promettere, illudersi, o soltanto sperare che quelle radici salteranno fuori. Però è giusto aspettarsi che qualcosa del genere accada nella quantità, in un contesto ampio di rivalutazione di se stessi, come premio a fronte degli sforzi compiuti per diventare, già essendo, persone ancora migliori. Possibile che l'impossibile sia possibile? A onor del vero, no. Ma se sbagli nel giudicare una cosa che sembra impossibile, forse sì. A volte ci si rende tristi nel pensare ai propri limiti. Vizi, incapacità, sbagli ricorrenti. Difetti macroscopici. Eppure si può andare oltre, spingere i limiti oltre, e fare quello che ci stiamo chiedendo per crescere e maturare. 
    September, 2009

    Dove muore un sogno

    Solo un sogno, solo un amore. Solo loro, sono loro a morire dove nascono. Guarda le mani che portano una fede, guarda chi la fede la porta nel cuore e chi non la porta affatto perchè pesa. Sembra che un sogno nasca dalle mani, a volte, un contatto accennato o una presa. Oppure da occhi sgranati. Ma io dico che passa solo per le mani, o per gli occhi. Ci passa attraverso. Un fulmine alla sua velocità, prolungato. Un brivido persistente. Ma nascere…il posto è un altro.

    E tutti ne abbiamo almeno uno di questi posti, di sogni. E qualcuno ci ha aiutato a trovarlo, o a vederlo. Perchè abbiamo sempre bisogno degli altri. Di perdere i confronti a costo di farli. Di imparare dalle discussioni. Per capirci meglio. Per trovare la strada. Non ci basta ascoltare una canzone triste, o bere alcol di più. O riempirci di cose da fare per non pensare. Una corsa in più nello stress o un giorno di palestra in più.

    Vai in fondo, mi son detto. Andiamo in fondo. A guardare nel posto dove nascono e muoiono i sogni. Senti cosa ha da dirti il mondo. E accetta, prendi qualcosa. E poi portalo sotto, sotto la pelle. E guarda con sincerità a quello che vuoi e puoi fare.

    Taglia, copia, incolla, elimina. Incolla. Appendi. Tu, lei, l’altra lei. Vite parallele e contemporanee. Con una vita da darmi. Un ascensore dritto sparato all’impossibile. L’impossibile del bene promesso su una carta fragile. Come dirti..dirvi..siete il mio sogno. Taglia, elimina. Non esistete. Il sogno non di oggi. Come prendere i lembi di se stessi e torcersi, per strizzare via l’ultima fatica. Con la faccia del gangster travestito da nonnetta sparare sugli altri il proprio insuccesso. No. A questo dico no.

    Perchè per questo si vive. Per sentire l’ebbrezza sperando che diventi di più. Per trascinarsi dietro i propri pesi all’insaputa degli altri. Iniziando a disegnare una mappa sul cielo stellato di un posto dove andare in due. Con un dito all’insù. Ci hai visto? Vi ho visto. Poi il tempo delle promesse è un altro. E’ il tempo dove le rose stanno da sole nel vaso a prendere l’acqua e al risveglio esse sono la seconda cosa che vedi dopo me. E senti solo me. E sento solo te. E per una lacrima non mi dai una colpa, ma vieni stretta a me a piangere senza indici puntati. E il tuo cuore è la mia casa ideale. E sento che se conto, se sono, molto lo devo a te. E non riesco a restare lontano dal tuo respiro. E i miei occhi non sanno tacere. E anche la sveglia suona ‘Believe’ degli Smashing Pumpkins. E tutto ha un fine dietro il primo fine: noi, la nostra serenità.

    Dove come quando cerchi quello che non hai capito in me. Per ostinarsi a sognare insieme. E a raccoglierci insieme con forze alternate. Ridendo dei soliti difetti.

    Colpevoli insieme dall’essere complici.

    Facile guardare alla propria vita come una diapositiva. 2 secondi, e trac, cambio panorama. Il proiettore non era proprio a fuoco, si ma non si torna indietro.

    L’album è lungo. Dura ancora 50 anni.

    E in quelle foto ci sono i tuoi sogni. La voglia di fare. La vitalità. Qualcosa per cui pensavi valeva la pena strizzare fuori via la fatica. Per vedere il tramonto di un sorriso. E sentire tutta la libertà di non credere in nulla. Vi dò la mia forza, vi dò questo urlo affogato, vi dò una montagna di cose da ricordare.

    L’affetto dei pensieri sfiorati insieme.

    Perchè non so se mi serviranno ancora, qui, dove senza tragedie e rumore e attenzione muore un sogno.

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    August, 2009

    Non di sole lacrime, no no

     

    Piove. Cosa resterà di questa notte insonne, domani? E chi l’avrà saputa? Creduta? Avrà avuto un senso? Rassegnata alle altre.

    E anche se non piove solo dal cielo nessuno se n’è accorto, ma non trascorre tutto in nome dei sentimenti. Voglio raccontarti di chi sperava di trovare qualcosa che aveva perso da qualche altra parte. O che aveva vissuto con difficoltà non volute. Con la speranza delle sue illusioni. Di chi pensava di conquistare con l’affetto, l’allegria, la spensierata compagnia un terreno sconosciuto fatto di cuore, piantando bandierine bianche su. Di chi, come te, sente quel valore molto forte nella vita: la famiglia. Perchè la famiglia c’è sempre. Perchè la famiglia capisce sempre, e prende i gesti più nascosti per farli diventare te stesso, per farteli scoprire. Per farti amare da te stesso e da tutti.

    Qui, dove aver preso quel bene scivolato per le bocche. Poi di sfuggita, le facce disattente, la speranza di colmare il vuoto dell’indifferenza. Cerco i motivi dietro ai sorrisi distratti, e le compagnie negate o fatte pesare. Le critiche da pulpiti sempre giusti. I musi che gli altri devono accettare per non farti arrabbiare. Non voglio convincere per esser voluto bene. E non acquisto le azioni di partecipazione di un azienda quotata in borsa con il diritto di richiedere la mia quota spettante di denaro ad ogni momento. Perchè deve essere tutto spontaneo. Perchè nessuno mi deve niente. Io qui sono in più.

    Perchè l’elemosina non l’ho mai fatta a nessuno. Il mio braccio di ferro è di cartone e serve a dire: hai avuto il tempo per dimostrarmi cosa volevi fare di quel tempo e di me. Quel tempo ora è a mia disposizione. E se ci fosse una famiglia, lo darei ad essa. Ma è tempo in terra di nessuno, e lo voglio usare per qualcuno che lo voglia meritare. E non voglio più illudermi. E non voglio etichette. Solo strette spontanee, che arrivano dall’aver voluto conoscere la persona che sono, e le cose buone che posso avere. Non hai solo tu il diritto di decidere piano piano le cose come debbano andare, ma posso farlo anch’io scoperchiando le porte dell’inferno arrivando a chiederti quanto sei uomo.

    Ed io cosa ho fatto? Cosa ho dato? Non tanto, ma ci ho provato, ed era molto difficile. Non ho mai sorriso davanti e nascosto pensieri negativi dietro. Uno non può avere tutte le opinioni negative del mondo? Si. Ma deve anche andare a vedere se le cose stanno così da vicino. Allora può venire e dir cosa pensa, non agli altri, ammesso che la cosa lo riguardi, ammesso che possa dare consigli perchè sa vivere meglio. La questione non è: ci sei devo essere qualcosa per te e poi non dimostrarlo con le azioni. E’ questa: ci sei, forse se trovo in te quel qualcosa..sarai parte di me. E se domani mi sarai cognato, vicino o conoscente o autostoppista sarai sempre parte di me.

    E come hai il diritto di pensare che io sbaglio, che potrei essere meglio o che non vado bene, io ho il diritto di guardare nella vita in cui sei per capire se devi entrare nella mia. E se puoi farmi male, e quante volte lascerò che questo possa accadere. E se hai qualcosa da dire, in verità, a qualcuno disposto ad ascoltare. Non ho trovato elementi sufficienti per poterti stimare, senza etichette, come persona uguale alle altre. Non ho trovato cattiveria, ne nulla di male. Ma non ho trovato. Non ho trovato ancora cosa potrei aver mai bisogno, e non piacere, da te. Non ho trovato l’aiuto ne il sincero interesse. Una domanda, una frase che mi facesse capire che stessi pensando a me una buona volta. Io il mio lo ricordo. Il resto sono palloncini colorati e canzoni da festa, dove tutti siamo bravi a fare la faccia felice quando ci divertiamo.

    Usa la testa per capire perchè il cuore non ha lavorato. Io lo farò. Ancora una volta sbaglio io. Forse. Ma per entrare qui da ora in poi serviranno buoni motivi. Se non li troveremo, l’amore basato sul principio ti farà solo stare in cortile. E nessuno penserà di aver perso qualcosa.


    °_Fabio Pinna Photos_°. Get yours at bighugelabs.com

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    August, 2009

    Credimi, crediti, crediamoci

    Sottile è la differenza tra una falsa verità ed una bugia. Quando parli cosa  racconti? Tante verità di oggi che domani saranno evidenti falsità. Senza cattiveria, senza coscienza. E poi a cosa credi? Quello che sento. Quello che leggo. Alle fonti autorevoli. Anche la scienza poi smentisce. E nessuno si fida di nessuno. Promesse non mantenute le potrebbero vendere a chili. Così, tra le false verità delle nostre visioni limitate, nelle menzogne temporanee delle speranze ci staremo chissà per quanto.

    Poi il ritmo forsennato, le scelte da prendere in fretta, le distrazioni, non c’è nessuno che creda per noi. Non c’è il vicino che ti porta lo zucchero che sa sempre come stai. Non ci sono più i genitori che sanno cosa vogliono veramente i figli. Non ci sono i parenti a cui manchi. Non c’è qualcuno a prenderti quando cadi, ma solo a prendere quando ci sei.  Perchè credere costa. credere in qualsiasi cosa. Sforzo, impegno, tempo, da togliere a se stessi: altruismo. E tutti si tiene il poco che rimane per se stessi, in questa vita magra di soddisfazioni e ricca di false consolazioni. Così ci dicono di correre per non pensare, ci dicono di lavorare e poi spendere, di guardare tutto quel che luccica, di distrarci. E che il bene non diventi amore. L’amore non diventi famiglia. Che l’amico resti davanti solo davanti a un pc. Che il bisogno di guida non diventi spiritualità. Che il lavoro non diventi passione. E che tutto questo appena menzionato sia supportato solo dai circuiti commerciali per il guadagno di qualcuno. Non ne vale più la pena ammazzarsi di fatica, dunque. Ed io qui, la bandiera bianca non l’ho portata. E non ho fatto la strada per percorrerla all’indietro. Vivo ancora per quel bacio sulla schiena di sfuggita. In quello ho sentito tutto l’amore. E mi son svegliato, senza muovermi. Ho ascoltato i passi tuoi allontanarsi. Non sapevo che poi avrei pianto, che avrei ricordato con dolore. Stai sicura son sempre qui. Con la stessa voglia di credere, di tagliare i limiti, di annegare nel tuo sguardo, di non soccombere nelle difficoltà.

    Credere che ci siano giorni fatti per noi e sorrisi da vestire lentamente. E di abbracci mai pensati con le spalle aggrappate. Le mani fatte per stringerci nella vita. E vivere.

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    Battesimo in acqua. Testimoni di Geova all'Olimpico

     

     

    Sono 338 i nuovi Testimoni di Geova battezzati oggi nello stadio Olimpico di Roma, durante l'assemblea internazionale che si chiude domenicai nella Capitale.
    I fedeli sono stati completamente immersi nelle due piscine poste al centro dello stadio, sotto gli occhi di settantamila presenti, provenienti dal Centro Italia e da 16 Paesi di tutto il mondo. A essere battezzati sono stati 199 donne e 139 uomini, tra cui settanta stranieri. Il più piccolo è Gabriele, di 9 anni, il più anziano invece è Lino, che di anni ne ha 90.
    Due i temi centrali che l'assemblea affronta nelle giornate di oggi e domani: le sfida del futuro delle famiglie cristiane e il dibattito su "Come potete sopravvivere alla fine del mondo?", in cui saranno messe a confronto le idee più diffuse sull'Apocalisse.
    La tre giorni si concluderà con la rappresentazione teatrale del dramma "Tuo fratello era morto ed è tornato alla vita", basato sulla parabola di Gesù del figliol prodigo.
    L'assemblea è aperta al pubblico e alcune parti del programma dell'Olimpico saranno trasmesse via satellite alle altre tre assemblee internazionali che si svolgono contemporaneamente allo stadio San Nicola di Bari, al Bentegodi di Verona e al Dall'Ara di Bologna.

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    Fonte: repubblica.it

    August, 2009

    Il tramonto di ieri non era uno scherzo

    Di treni vagoni di sogni d'aria deragliati
    Rassegnati come inaspettati
    Partiti come persi
    Scivolati ostinatamente svegli per la tua città.
    Qui i ricordi ancora vivi.
    Maledetti sulle ruote corrono.
    Questi mattini estivi con i sorrisi spenti
    Di chi dal cielo li grattava via.
    Curali.
    Nei bisbigli
    Gli sguardi degli intenti
    Da terra mai decollati.
    Strappi via il me distratto dal petto
    Prego per non arrivare a salvarti con il mio amore.
    Abbandonati i destini sui binari morti
    Passiamo le dita su cicatrici che non si ritirano più.
    Nascosti dagli angoli oscuri della vita.
    Ora che...poi che...
    Maledetti corriamo confusi
    Sulle ruote corriamo per non pensare,
    Per non accorgerci
    Un po' alla volta
    Di finire.

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    August, 2009

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    August, 2009

    Su la neve (Racconto premiato al Concorso F.Pasqualino 2009)


    Su la neve

     

     

    Uno

    Leslie sta sulla neve come per incanto. La sfiora leggera senza lasciar tracce e per vederla devi guardare bene, intensamente tra i fiocchi, i coriandoli del cielo di Gennaio.

    Il suo muso buffo annusa il freddo e il profumo della carne che cuoce dentro, impaziente.

    Leslie è una bella cuccioletta di ‘Alaskan Malamute’ dalla folta pelliccia bianca e grigia, la sorellina minore dell’husky.

    È robusta, in salute, una brava conduttrice di slitta, furba e straordinariamente docile. Per una coccola in più porterebbe senza fermarsi un carico di legna da Beaver Creak a GoodNews Bay, dalla montagna al mare.

    Leslie è il regalo dell’ultimo natale fatto a Leslie, la sua padroncina.

    Però è di tutti, di tutta la famiglia, e quando saltella sulla neve della via principale è in prestito a tutta Big Lake.

    La sua padrona ha 17 anni e non ha niente se non il papà che lavora dieci ore al giorno, qualche insegnante che la sta preparando agli esami, la compagnia di Leslie.

    E il silenzio di un posto unico e dimenticato da tutti.

    Di tutto quel magico silenzio le rimangono le Philip Smith Mountains e la neve che prova a nasconderle.

    Leslie ha i capelli scuri ricci che le cadono fuori del collo alto del maglione, solitamente provenienti da un berretto di lana grossa e colorata.

    Anche lei è bianca. Bianca come la neve. Però quando entra nell’aula di scuola o al rientro entrando nella cucina di casa le guance le si fanno improvvisamente rosse finché non si abituano al caldo. È una bella ragazzina, ma non lo sa.

    Nessuno glielo ha mai detto, neanche il papà.

    Big Lake è un paese molto piccolo. Leslie ha solo quattro compagne di classe e non sono nemmeno sue amiche. Erik, il papà, ha provato a convincerla a socializzare di più con loro perché vengono da famiglie rispettabili, sono educate, e perché così passerebbe il tempo e imparerebbe i segreti della vera amicizia.

    E poi l’inverno è lungo. Non si può stare sempre soli a casa.

    Leslie non le vuole come amiche. E in risposta al perché del padre, una volta sola ha detto:

    «non capiscono la poesia».

    Poi il silenzio. Si è spiegata così, come se bastasse.

    In effetti ad Erik non bastava, ma era ormai troppo preso dalla pesca dei salmoni, il lavoro stagionale di tutta Big Lake. In più quest’anno i pescioni sembravano essersi riprodotti di più.

    Così il silenzio di quelle cose non dette rimase.

    Erik è conosciuto come ‘Big Erik’. E ci sta bene. Un ‘Big Erik’ a Big Lake. In effetti è proprio robusto, ma tutti si chiedono come possa esserlo dato che nonostante tiri su quella mole mangi quanto un cardellino. Leslie, la sua bianca bambina è l’opposto, è la mamma da giovane, pallida e magra e mangia forse la metà di un cardellino.

    Quindi la cena è solo uno scambio di bottiglia d’acqua sorgiva tra piatti che stanno semi pieni e smettono presto di buttar su vapore. Dei grazie e qualche prego.

    Leslie, l’altra Leslie, quella paziente lupacchiotta col muso tra le tendine, in pratica era per lei che si cucinava. Erik non lo dà a vedere, ma è preoccupato per la figlia. Non abbastanza? Non è così semplice. Magari lo fosse. Sarebbe ingiusto anche un giudice giusto che ascolta l’arringa di un avvocato giusto in un tribunale super giusto nel giudicare un padre. Ci son tante cose in gioco. Vedere nelle intenzioni non riesce a nessuno, neanche con la giustezza per occhiale.

    Due

    Dovete sapere che in Alaska a causa del gran freddo il mese di Gennaio e Febbraio le scuole restano chiuse, un po’ come le vacanze estive, quelle più lunghe che si fanno in Europa. Lì invece l’estate è ideale per studiare perché è come la nostra primavera.

    Leslie un giorno di metà Gennaio, come al solito, prese una tazza di caffè lungo dalla macchinetta elettrica, la bevve in un sorso, prese il cappotto pesante, sciarpa e stivali, staccò le chiavi dal loro posto sulla parete, prese un quaderno, una penna più una di scorta e uscì. Anche se non c’era scuola.

    Con lei l’altra simpaticissima Leslie a saltellarle attorno.

    La direzione era verso il bianco. Il bianco della neve. La neve era dappertutto. Quindi non c’era una direzione vera e propria. Ma a lei serviva un bianco, quel bianco bellissimo che aveva visto fin ora solo in testa. Leslie e la sua padrona si spingevano camminando in territori quasi sconosciuti. Il vento gelido cominciava a filtrare dai monti e i gradi da -10 si spingevano ancora più giù. La neve diventava sempre più pesante e sempre più alta.

    Il paesaggio era di compagnia: abeti e larici, le cui foglie aghiformi e la cui chioma piramidale sopportano quelle intense nevicate. Di tanto in tanto non mancavano, tuttavia, foreste di betulle, pioppi e ontani. Macchioline di verde scuro sotto il tappeto bianco. Nel loro sottobosco con i muschi nascosti numerosi animali silenziosi, tra cui l’orso, l’alce, la renna e il lupo, la lince, il ghiottone e lo zibellino.

    Qualche verso al passaggio delle due esploratrici da parte di crocieri e nocciolaie, volatili abituali frequentatori delle foreste di conifere.

    E ogni tanto anche qualche casupola, la cui luce usciva fuori dalle finestre e si posava sulla neve. L’odore della legna bruciata della stufa, quello della corteccia umida che si mischia al suo vapore.

    Il profumo di tante minestre che esce caldo dagli spifferi.

    Faceva sera e Leslie non aveva ancora trovato quel bianco, così tornò a casa, dispiaciuta, con un quaderno che doveva avere almeno una pagina piena, vuoto.

    Divenne un’abitudine. Ogni giorno Leslie dopo che Erik usciva per andare al lavoro si preparava, prendeva due penne e un quaderno, chiamava Leslie e andava verso la stessa direzione del giorno precedente, rifacendo tutto il cammino per arrivare allo stesso punto. Da lì guardava l’orizzonte, si girava indietro e poi lo superava. Si portava sempre più in là.

    Leslie amava troppo la neve e quel freddo pungente. Quel bianco suddiviso in fiocchi d’arte. Quelle forme strane durante il tragitto diventate qualcosa grazie alla neve, e quei colori diventati nient’altro che bianco grazie alla neve.

    Quel rumore unico che fa la neve compattata, o quello che fa quando la appoggi sulla pelle del viso calda e lei squaglia e a te pizzica, quel sapore ancora più puro dell’acqua.

    Secondo Leslie Dio ci crea alla stessa maniera dei fiocchi di neve. Ognuno diverso, con i suoi particolari che noti solo se guardi da vicino, ognuno necessario, speciale, voluto a questo mondo e ognuno destinato a sciogliersi prima o poi, in volo oppure a terra. Ognuno a contribuire al progetto di Dio. Così ogni volta che nevica è perché lui sta facendo nascere qualcuno al posto di chi ha lasciato il vuoto.

    Leslie cominciò a tornare sempre più tardi a casa, sempre prima di Erik.

    Lei viaggiava. La notte con la fantasia dalla camera sua. Il giorno coi piedi arrivava lì in quei posti che aveva immaginato. Una sera Leslie arrivò in un posto davvero lontano, un posto strano. Una radura di ghiaccio spesso, sgombra, con un cartello piantato all’altra estremità. La scritta era illeggibile dalla notevole distanza, così scese dall’altura da cui proveniva. Durante il percorso che fece per scendere cominciò a nevicare fiocchi bellissimi, grossi e leggeri. Stavano sospesi non si sa per quanto tempo in aria. Ancora cinque minuti. La pallida ragazza arrivò davanti al cartello. Restò in silenzio. Non tremò neanche per un attimo. La scritta diceva: ‘Qui giace Leslie Petterson’.

    Tutto qui. Nient’altro. Neanche una foto sù.

    C’era tutta la storia che le avevano raccontato. Era la mamma.

    Tra una fessura di nuvole uscì un raggio di sole fortissimo. Il ghiaccio divenne uno specchio, i fiocchi divennero le gocciole specchiate che andavano per conto loro, in salita e in discesa, e la luce del ghiaccio esagerarono le nuvole bianche cariche di neve.

    Il bianco. Quel bianco impossibile che cercava...

    Si sedette accanto al cartello storto, sulla neve sul ghiaccio e sulla luce, prese il quaderno e scrisse.

    Tre

    Una volta una zia le aveva chiesto che regalo volesse per la promozione, dicendole che tutti i parenti avrebbero fatto una colletta e lo avrebbero comprato per lei. Si aspettava la richiesta di un oggetto costoso, un telefono come quello che piaceva alle sue compagne o un bel vestito per non passare inosservata alla festa di fine anno.

    Leslie le rispose che voleva solo il bianco della neve. Il bianco più bello della stagione per scrivere la poesia più bella della stagione. In casa risero anche gli zii più disinteressati. Nessuno poteva darle un colore. E le poesie non servono a niente, sono come le storie inventate, un modo per togliere il tempo allo studio e al lavoro e darlo alla fantasia.

    Ma chi si sente di scrivere qualcosa lo sa da che nasce e appena impara a farlo lo fa. In silenzio.

    Fantasia o no sicuramente è la cosa che desidera di più, sia messa in discussione oppure no.

    A 17 anni poi si sentono ancora forti le strette, le strozzature all’imbuto del cuore per le cose non dette.

    Andrebbero gridate. Chi non ha la forza nella voce le grida su un foglio di carta. Leslie.

    Quel giorno in mezzo al ghiaccio, alla neve e alla luce aveva scritto la poesia più bella non solo della stagione ma della sua vita. La stava aspettando.

    Quella stessa sera durante la cena aveva stranamente aperto bocca e chiesto a Erik:  «Mamma?».

    Era una domanda per sapere tante risposte. Era una di quelle domande che tutto il tempo trascorso ti rende inaspettata da rispondere. Una specie di voragine improvvisa da colmare.

    Erik le chiese: «Mi passi il pane per cortesia?». Era una domanda per chiudere tutti i perché.

    Torniamo un attimo alla poesia. Leslie non viveva di altro. Non aveva niente nella sua gioventù, aveva solo la capacità di guardare dentro alle cose più superficiali e banali del mondo e di tirare fuori le loro gemme più belle e anche più tristi cui non si fa mai caso. I significati più nascosti.

    Ci potresti provare, ma non ci riusciresti neanche in un millennio. È come avere un senso di più.

    O lo hai o non lo hai. Se lo hai sei anche più fragile.

    Leslie aveva bisogno di crescere tanto tanto e tanto. Ma non per la poesia. E neanche per l’altezza. E di diventare più forte. Crescere per vivere più cose, per uscire dal pianerottolo con la testa un po’ più in su, con gli occhi un po’ più lucidi, a spalle dritte e con il colore dei denti visibile ogni tanto tra le labbra.

    Però una cosa l’aveva capita. Ed era una cosa molto importante. Quel giorno tra neve ghiaccio e luce. Non bisogna credere agli altri, la vita è bugiarda, bisogna cercarsi la verità da soli. Crederci fino in fondo anche se rasenta la fantasia. Crederci e scriverla, su un quaderno a righe.

    Passò qualche anno. Leslie un giorno uscì di casa e non vi fece più ritorno. Sapeva cosa lasciava, sapeva cosa voleva trovare. Erik in fondo era un buon padre e le sarebbe mancato. Ma le sembrava più importante trovare ciò che aveva perso che mantenere ciò che già aveva.

    Sarebbe stato un viaggio lungo ed incerto. Sarebbe stato dolore.

    Però c’era ancora tanto bianco da vedere, tanti bianchi da desiderare su per la strada.

    Leslie nel suo cammino si fermava ad ogni villaggio che incontrava, ad ogni gruppo sparso di casette di legna col tetto a punta, chiedeva ospitalità ed in cambio offriva manodopera. In quei viaggi conobbe tante persone diverse, tanti apprezzabilissimi fiocchi diversi, contadini e intellettuali, parlò con i saggi sui misteri della vita, con operai e artigiani che le svelarono i segreti per costruire qualsiasi cosa, con le famiglie imparò ad accettare la compagnia e la cooperazione, dai vagabondi soli come lei sentì le storie più affascinanti degli angoli più nascosti del paese.

    Non si tratteneva più di una settimana, chiedeva informazioni, memorizzava le cose più belle del posto, le faceva affondare nel cuore, le ripescava per portarle sulla carta.

    Semplice e naturale. Via di nuovo. Il mondo andava avanti più veloce di lei, gli anni passavano, la tecnologia, le scoperte, il sapere e la cultura arrivavano fin in cima alle montagne. Ma lei era sempre lì con le sue quattro cose, con Leslie paccioccona e il suo bastone fra la neve a disegnare scie sui fiocchi in un viaggio senza fine. Fino al giorno che incontrò Rijk. I suoi occhi erano qualcosa di più bello del ghiaccio. Il suo sorriso era più della luce, dei riflessi di tutti i bianchi del mondo. Fece leggere a lui tutte le sue poesie. Ma non poteva fermarsi. Lui, che era un giovane editore, le pubblicò un libro da quelle poesie scegliendo le più belle. Giusto il tempo di darle una copia prima che ripartisse. Lei amò Rijk con uno sguardo intero. Lo ringraziò con una voce a metà. Poi si voltò verso una nuova strada.

    Quattro

    Anni. Quanti anni. Leslie cominciava a sentire il peso del viaggio. Il tempo la stava facendo invecchiare prima del tempo. Adesso aveva 30 anni, uno zaino sulle spalle che sembrava più faticoso, una vecchia ‘Alaskan Malamute’ dietro le scarpe che andava curata. Il vento gelido di mille posti diversi le aveva scolpito le guance, il sole le aveva schiarito i capelli che portava lunghissimi. Gli occhi erano pieni delle cose che avevano visto e non riuscendo a sostenerle creavano delle pieghe sotto le palpebre.

    E dentro qualcosa si rinnovava sempre. Forse per la speranza.

    Un giorno di Novembre arrivò alla fine. Aveva percorso tutta la regione senza risultati.

    Ciò che cercava non c’era. Era maledettamente fantasia. Una fatica inutile.

    Così riprese le ultime energie per il viaggio di ritorno. Lo fece tutto in lacrime. Squagliavano la neve che incontrava pensate. Non c’era niente al mondo che desiderasse di più. Trovarla.

    Anni. Ancora anni. Aveva la gola secca, le scarpe bucate da cui entrava la neve, Leslie la sua unica compagnia era morta nel viaggio di ritorno, non si sentiva più le gambe, non si sentiva più di vivere.

    Non aveva più famiglia ormai né casa. Non poteva andare più avanti così. Doveva fermare quelle ossa.

    Così si fermò inciampando su un cartello. Era lì dove aveva scritto la poesia per lei. La più bella della sua vita. Era ancora sul quaderno. Era ancora quella radura di ghiaccio spesso di tanti anni addietro su cui veniva pianta neve  fresca. Era ancora un raggio di sole che usciva per lei.

    Davanti a lei stava una figura scura coperta dentro la sua pelliccia. Non la vedeva, era troppo occupata a far uscire dolore e stupore dalla gola. Il suo corpo congelava.

    Davanti a lei la figura si avvicinò, la prese la strinse forte e la rinchiuse nei suoi abiti.

    E del calore suo lo dava a lei. Quel calore che significa vita.

    Era una donna alta e pallida dai capelli neri che sottovoce pregava.

    Leslie aveva perso la sensibilità nella pelle, perdeva i sensi, ma riusciva a sentire in lontananza che qualcuno era lì.  Socchiuse gli occhi. Quando finisce tutto finisce anche la disperazione.

    Leslie non sapeva che il suo libro di poesie, quello stampato e venduto da Rijk, era diventato famosissimo in tutta la regione. Che tutti i lettori di poesie conoscevano le sue poesie. Che le librerie facevano a gara per svuotare gli scaffali. Nessuno sapeva chi fosse ma tutti la conoscevano.

    Non sapeva di aver vinto il premio speciale dedicato al più importante scrittore dell’Alaska.

    Il presidente in persona l’aveva cercata dopo che il ministro della cultura e affari sociali non era riuscito nel compito di trovarla.  

    Non tanto per la medaglia ricordo. C’era da presentare alla gente questa persona speciale, tutti aspettavano di sapere chi fosse. Che faccia avesse e quali fossero quelle dita fatate, sapere da dove veniva quel candore speciale che stava dentro a ogni suo verso.             

    Leslie non sapeva che la poesia più bella era arrivata a destinazione. Dove non era arrivata lei in un estenuante viaggio era arrivata la sua poesia. Dove era finito quel suo viaggio ne era iniziato un altro. Quello della signora Leslie Petterson. Quella poesia che aveva fatto il giro dell’Alaska chiedeva di lei, era dedicata a lei. La scongiurava di ricordarsi di essere ancora mamma. Lei ora era lì per questo. Doveva darle ragione, dirle che era stupenda. Per uno strano caso si erano incontrate proprio lì, sopra la sua tomba, finta. L’idea di fingere che fosse morta era stata del suo ex marito, Erik, per evitare di spiegare alla figlia l’assenza della madre. Lui non l’aveva voluta.  Era morta e basta, facile. Lei aveva accettato di fingere. Ora si trovava appiccicata a una figlia ghiacciata, un monoblocco che faceva pietà, a quel senso di rimorso forte, forte di anni. Ora c’era da far tornare indietro tutto quel che si può.

    Non era stato tutto inutile. No che non lo è stato Leslie.

    Quando riprese vita sentì delle guance sulle sue. Sentì una faccia di gocce dire: «sono la mamma, sono qui». Erano lì dove aveva scritto quel giorno la poesia per lei. La più bella della sua vita. Era ancora sul quaderno. Era ancora quella radura di ghiaccio spesso su cui veniva pianta neve fresca. Il ghiaccio divenne uno specchio, i fiocchi divennero le gocciole specchiate che andavano per conto loro, in salita e in discesa, e la luce del ghiaccio esagerarono le nuvole bianche cariche di neve. Un bianco più bello di qualsiasi poesia. Tra una fessura di nuvole uscì un raggio di sole fortissimo. Loro sdraiate sul ghiaccio senza perdersi un centimetro di abbraccio e calore erano la vera poesia.

    Ancora un raggio di sole che usciva per loro.

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    July, 2009

    Vagablogando ha un "amico" in più

    Il blog di Marco Travaglio

    voglio scendere

    Consiglio tutti i lettori che hanno a cuore, e sentono la necessità di notizie raccontate, di fatti riportati obiettivamente e non annaquati politicamente, di seguire il blog di Travaglio. Ci sarà più facile essre informati dal 23 di Settembre, data in cui uscirà il nuovo quotidiano indipendente (alla maniera di Montanelli) "Il Fatto", diretto appunto da Travaglio. Il blog rimane comunque un ottimo (e gratuito modo per restare informati).Buona lettura!

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    Meccanismi perversi

    Oggi vi parlerò di una vicenda che tutti gli italiani hanno sentito, e molti anche seguito. Quella del premier Silvio Berlusconi e delle sue “amiche”. Non entrando nel risvolto politico, molto discusso e per cui molti giornali già si son spesi, in primis Repubblica. (Qui l’ottimo articolo di D’avanzo).

    Peraltro ho trovato in tutta questa strascicata storia di pubblico dominio uno spunto riflessivo, che coinvolge la moralità, quindi tutti noi. Il Financial Times di ieri riporta la dichiarazione  <<La mia reputazione è a rischio>> (della D’Addario la escort delle serate a Palazzo Grazioli) identificandola come <<la prostituta di Berlusconi>>. Non lo è? Quindi come a sottolineare, la D’addario, che anche la sua categoria lavorativa di appartenenza debba godere di reputazione, o farci intendere che il rispetto nei suoi confronti è stato leso (come se non fosse legato alla sua attività). Prima considerazione: il termometro morale societario segna rosso, e rosso che più non si può, lontano dai valori morali di appena un decennio fa. Non si spiegherebbe una dichiarazione così a voce alta, così serena, così schierata per un gruppo di persone che in genere non gode di particolare apprezzamento dai cittadini.  Il capo del governo continua a dire <Non cambierò agli Italiani piaccio così come sono>> e <<Non sono un santo lo avete capito tutti>> con disinvoltura, forte del crescente appoggio popolare (il punteggio come persona piuttosto che come personaggio politico aumenta).  Perché gli Italiani non si scandalizzano? A prescindere dal suo ruolo, visto come semplice persona, perché non disapprovano, né in maggioranza sono disgustati?  Lo dice John Lloyd, giornalista del Financial, ammettendo che <<in Occidente la sensibilità emotiva è cambiata o sta cambiando. Mentre un tempo ammiravamo il contegno e il ritegno, oggi apprezziamo chi manifesta le emozioni…La mutata sensibilità fa si che molti proprio per questo si sentano a proprio agio con lui>>. Come se i peccati di un personaggio pubblico, di un magnate, di un quasi “onnipotente” nel nostro Paese servissero da scusa per i nostri. Per continuare a far tacere le nostre coscienze. Se lo fa anche lui… Davvero poi divertente, a mio parere, il finto distacco di posizione della Chiesa (che dalla politica vive e riceve potere e denaro) , da parte del Monsignor Bianco di Pistolia che sentenzia durante l’omelia <<La Chiesa deve sapersi opporre ai modelli che presentano la vita come una vetrina, ricca di veline e di libellule, dove meglio riesce chi più agguanta>>. Davvero le pare Monsignore, che ci dimentichiamo dei modelli che la Chiesa ha proposto in tutto il mondo, attraverso parroci, monsignori, vescovi, e non solo, in cui l’uomo di fede può impunemente sottrarsi alla giustizia dopo aver commesso atti di violenza sessuale, a minori e non? Pare quasi una barzelletta, dove l’asino dice cornuto al bue.

    Chi comunque, cerca di vederci qualcosa di chiaro in queste vicende, si accorge che noi stessi siamo vittime, o esposti, a questi meccanismi perversi. Il senso morale si è ristretto in lavatrice, ed è quasi tutto permesso, è quasi tutto giusto, è quasi tutto necessario. Come se le regole che son sempre esistite, della decenza, del pubblico rispetto, del sentirsi in colpa nel protrarre determinate azioni, siano di ieri e quindi superate. L’Italiano si riconosce in qualche maniera in questo “delirio di onnipotenza” , decisamente più povero di quello del Premier, in cui di tutto può fare per scampare alla disapprovazione del prossimo. Questa mutata sensibilità è giudicata come progresso. Come un ampliamento della nostra libertà. In realtà è il modo in cui si sta minando alla stabilità delle famiglie, dell’economia che va avanti per vizi che non ci possiamo permettere, stabilità compromessa nel senso civico, e quindi nell’integrazione, tra le persone stesse. Da che mondo è mondo non possiamo fare ciò che vogliamo. Oggi pare di si. E pare anche una scelta di stile condividerne le esperienze con tutti, senza riguardo. Vogliamo adeguarci agli altri? E perché?

    L’analisi e la ragione muoiono nella scelta di chi stiamo prendendo l’esempio. L’essenza è con obiettività chiederselo .

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    July, 2009

    Diverso da come immagini

    The Strawberry Fields Memorial in Central Park...

    Image via Wikipedia

     

    L’immaginare fece comporre a John Lennon una musica tra le più belle di sempre, appunto Imagine, la quale faceva suo un messaggio di amore, pace, speranza. L’arte, la tecnologia, i progetti, il volersi migliorare dipendono in gran parte dall’immaginazione. Che mi piace pensare come il nostro posto nascosto dove facciamo nascere il futuro a noi caro, dove creiamo personaggi e per noi li facciamo muovere, in attesa del riscontro con la realtà. Realtà in cui fatichiamo talvolta fino a riuscire a strappare i soggetti dall’immaginazione per portarli accanto a noi, in vita. Nell’era di Internet più vicina a noi la chiave di volta della massiccia espansione della rete e dei suoi utilizzatori si chiama: sharing. Condivisione.

    Con facilità ci è stato insegnato come condividere qualsiasi tipo di contenuto con le persone che ci stanno vicine come amici e con una platea di pubblico improvviso spalancata ai nostri occhi, sconosciuta, che magari ha gli stessi nostri interessi. Tutto ciò si è evoluto fino al Social Network dove, minuto per minuto (per gli utenti più maniacali), ci si può confrontare potenzialmente con un numero infinito di persone. Situazione assolutamente nuova.

    Questo ha aperto nuove porte, alcune delle quali guardate con sospetto, ed anche infide. Una di queste, molto sottile da riconoscere è l’insegnamento che ci è stato dato nell’immaginare. Nella maniera sbagliata, o diciamo meno conveniente. Cosa significa? Confrontarci spesso con persone mai conosciute accende nelle persone più spigliate e socievoli il desiderio di approfondire tale conoscenza. Se ci pensiamo l’amicizia è un valore universale insito in noi molto positivo, sempre vivo. Eppure dal virtuale nascono dialoghi che, seppur sinceri, non rispecchiano la realtà, tanto meno la soggettività, la quale tiene conto di numerosi particolari in più del semplice testo scritto, voce sentita , video visto. Quindi la reale percezione del “conoscere” è sfalsata rispetto alle normali “procedure” che gli esseri umani adottano quando si incontrano. Infatti le nostre difese sul web rimangono basse per poi via via aumentare a seconda di certi campanelli d’allarme che avvertiamo, mentre nella normalità sarebbero alte per poi via via scemare davanti all’avvertimento di segnali tranquillizzanti, o comunque troncherebbero subito un rapporto davanti a minacce. Come dicevo, le nostre difese restano basse perché non sappiamo cosa aspettarci, non abbiamo un idea sommaria della verità riguardante una tal persona.

    Di solito tralasciamo queste semplici osservazioni logiche ed importanti ragioni e iniziamo, davanti alla mancanza di dati oggettivi e soggettivi, ad immaginare. Un vecchio proverbio dice che “l’aspettazione differita fa ammalare il cuore”. Semplice.  Aspettarsi qualsiasi cosa per cui non si ha una base concreta per valutarla porterà SEMPRE a un riscontro nella realtà diverso da come immaginato. Ho scritto che l’immaginazione è quel posto dove cerchiamo di far nascere le cose positive, quelle che ci piacciono e che desideriamo. è proprio per questo che nell’immaginare altri siamo bravi disegnatori, i più attenti ai pregi, i più clementi, i valorizzatori della bellezza. Chi di noi spererebbe per se stesso il peggio? Questo automatismo fa parte di tutti.

    Così l’immaginazione spesso non viene vista più come un limite ma come un’anticamera alla persona stessa, acquisita e confusa con i dati oggettivi stessi. Tale limite è poi evidente quando sentiamo il piccolo o grande dolore dell’aver desiderato, inseguito, coinvolto nella propria sfera emotiva qualcuno che è risultato essere semplicemente diverso. A volte migliore. A volte peggiore. ma comunque diverso da come creduto.

    la notizia è questa: possiamo scegliere l’equilibrio, una confidenza cauta, un modo di porsi che tenga conto di tali cose con il rischio di allungare nel tempo e selezionare le nostre amicizie oppure buttarci a capofitto nel marasma internettiano usandolo appieno, con il rischio di essere vittime del cuore malato, domani. 

     

    Come sempre è richiesta la vostra partecipazione. Punti di vista, esperienze personali, consigli e commenti.

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