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    octubre de 2009

    Benvenuto al nostro dolore

     

    Mi promisi che mi sarei preso di cura di me, quel giorno. E riempii con forza una macchina con le mie poche cose e tanti regali di persone che mi vogliono bene. Avevo 24 anni. Non era l’occasione per fuggire, era il momento per realizzare qualcosa che..sognavo. Per me. Per diventare me. Sapevo che era una scelta importante e molto più impegnativa che il costo di un biglietto. In nome del mio futuro la scelta fu piacevolmente obbligata. Inizio. Si chiama inizio. Speranze, le si spiegano così. Con un sorriso sempre in bocca. Con la serenità di un bimbo che ad ogni passo incontra qualcosa di nuovo e da esso impara. Anche se non sempre le cose che si imparano sono belle.

    Perchè pensare al passato? Perchè dal passato ci tiri fuori sempre lo spirito delle cose. Quello che perdi con il tempo. Quello di cui dimentichi un pezzetto ogni volta che trovi una cosa nuova sul tuo cammino che ti incuriosisce. Alla fine finisci con le tasche piene di novità ma non ti ricordi dove volevi andare, e per dove dovevi passare. E imbocchi la stradina secondaria che non ti ci porta, lì ai tuoi sogni. Mi sono maledettamente distratto da quel giorno. Volendo bene a persone speciali, incrociando perdite di tempo con dei bei visi. Volendo il meglio per me dalla vita, soltanto però dal mio punto di vista. Seguitando a produrre progetti mai passati alla mia stessa approvazione. Curioso no? Capace di imbavagliarmi da solo. Ma sempre per il bene ultimo. Son riuscito in maniera splendida a non prendermi cura di me. Ma sono io il posto da dove inizia la mia vita. Chi ha provato a prendersi cura di me ha scoperto che è impossibile. Che fa male al cuore. Sa quanto vivo sottopelle. Lontano. Sono una spina che non esce. Che sta bene lì, che si accontenta lì, di quella poca carne che la ospita. Sapendo di creare dolore a qualcuno che vive più vicino. Soffrendo di dolore nell’essere la causa e vederlo. In faccia alle persone. Nelle voci di corridoio i cui echi non si cancellano. Vorrei punire ciò che sono, ma non si può. Ci vuole troppo coraggio. Quantunque un gesto possa essere disperato deve avere il bene come fine. E se ci vuole troppo coraggio il fine è un male.

    C’è sempre qualcuno che cerca qualcosa in questa esistenza. A volte vicino a noi, a volte più lontano. So che ci sono persone che soffriranno ancora per non aver trovato quel che cercavano. Che piangeranno davanti ad una canzone che il ricordo suggerirà. Così pazzo di lei, di lui che amerà come respirare. Sono le nostre storie, le vite incrociate di esseri umani di tutto il mondo. Persone. Che a forza di pensare impazziscono e si riducono a buttarsi vivere. Ad allargare le braccia per prendere quello che il destino, pensano, gli abbia riservato loro. Per la paura di non prendere nulla entro la fine dei giorni. Ma io dico prima di prendere: desidera. Prima di desiderare: conosci. Prima di conoscere: sogna quel che vuoi conoscere. Cosa sono poi delle foto in due che diventano delle foto mancanti? Strappate, cancellate. Cosa te ne fai di sorrisi per 6 mesi se non te li porterai dietro per tutta la vita? Stare, tremare, con occhi pieni di lacrime per continuare a guardare la falsa allegria. I vuoti si possono riempire, sempre, e a volte meglio.

    Siamo tutti sorprese. Un giorno capiterò a te che leggi forse. O forse tu capiterai a me. Forse volterai una cosa che ho scritto e ricorderai le volte che ci siamo passati sopra delicatamente, per prepararci ad amare. E non capirai chi è fatto di silenzi. E ricorderai mesi dopo di quanto ero difficile. E di quanto ci si stanca a lottare in battaglie perse. In entusiasmi mancati. Arriva l’inverno. Lascio i miei desideri a nessuno. Lascio le mie amarezze nel passato di oggi. Riprendo (spero), lo spirito che mi animava nella felicità di lottare per qualcosa a portata di mano. Non ci posso credere che non lo sia la mia serenità. Con la certezza di aver perso qualsiasi cosa fosse in gioco. Con la certezza di non essere qui per vincere. Volto le spalle a me stesso, son stato un fallimento e lo faccio per aver ricevuto il dolore di ritorno dal dolore dato. Fallimento, sì, se non in una cosa: essere spina.

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