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    November, 2009

    Sulle spalle dei Giganti

    Vorrei iniziare con una frase del tipo: “Attenzione! Non sono i soliti discorsi.” per attrarre l’attenzione degli spettatori e creare l’attesa. Il classico silenzio magico prima dell’inizio. Ma tant’è spettatori non ci sono mai stati da queste parti, semmai qualche sperduto lettore a cui do il benvenuto. E lo rassicuro: sono i soliti discorsi. Chi mi conosce confermerà.

    Quante volte abbiamo classificato le persone nei nostri pensieri? Milioni. Tutti son diventati di tutto, almeno una volta (o quasi). Brillanti, belli, disonesti, antipatici, maldestri, deficienti si son dati il cambio come a mo’ di staffetta nelle nostre fervide menti occupandole, per guaio o per fortuna. Questa sera mentre mi attaccavo poco finemente al brik di succo d’arancia mi è passato in mente uno dei miei soliti pensieri cretini temporanei, e cioè che il mondo si divide in due: quelli che bevono i brik a canna e quelli che versano sul bicchiere. I primi sanno sempre, rispetto agli ultimi guarda caso, la data di scadenza del loro succo. Poi il sorriso si è fermato. Perché ho pensato che il mondo non si divide solo in questo ma in tante altre cose. Bella scoperta, direte. Ho pensato che si divide in deboli e giganti. Quelli che hanno paura della loro data di scadenza e quelli che anche se la sapessero tirerebbero dritto comunque. E poi credo che se siamo qui a raccontarcela, sia merito dei giganti. E delle loro spalle che ci hanno tenuto su quando non potevamo e dei loro piedi che non sono sprofondati nello schifo del mondo quando i nostri si erano impantanati.

    Mi spiego meglio, perché a questo punto o smettete la lettura o mi date del pazzo.

    Io ho visto un gigante, posso raccontarvi com’è. Sapete un gigante è sempre umano, ci vive vicino forse, e di sicuro le sue dimensioni sono pari pari a quelle degli altri. L’amico nel momento del bisogno? Più o meno. Come si fa a scoprire uno di questi giganti? Non si può scoprire prima di appoggiarcisi su. Quando sei in difficoltà c’è sempre chi ti aveva detto “se hai bisogno chiama” e poi latita, c’è sempre chi ti aveva detto “se posso fare qualcosa per te” e poi non riesce a farla, c’è sempre chi ti aveva promesso aiuto o forse lo aveva solo pensato, magari nemmeno pensato in verità, fatto sta si prende il carico.
    Il peso. Il peso dei tuoi dolori, dei tuoi problemi. Lo schifoso sangue dei tuoi tagli. Ed una cosa è certa: questo mondo qua un po’ di schifo lo fa, anche se andiamo in giro a fare i “fighi”, anche se ce ne infischiamo di tutto e di tutti, quindi potrebbe darsi che avremo bisogno di un gigante che si prenda cura di noi. Che ci sollevi da terra e ci risparmi da un tratto di strada. Dalla eccessiva stanchezza che quel tratto di strada comporterebbe. Affidarsi a qualcuno è sempre un rischio. E se quello non mi prende? E se mi prende e non mi regge? Ma anche non affidarsi a nessuno lo è. E se continuo da solo a camminare con il piede zoppo e poi mi diventa incurabile? E se mi fermo? E se mi perdo?

    Io ho visto un gigante.
    Ho sentito il suo sudore sulla fronte in un lavoro che faceva per me. Ho visto con quanta fretta recuperava il tempo dalle sue cose per dedicare il restante a me. Ho visto quello che si è tolto per darlo a me sapendo che forse lo avrei sprecato, ma insegnandomi a non farlo. Ho visto la preoccupazione tendergli la pelle del viso. Ho visto darmi pazienza e darla alle cose. Ho visto come prende gli scossoni e va avanti con me stretto sulle spalle. Guai a chi mi tocca. Cavoli suoi. Come non perde la speranza. Come non sparirebbe dalla mia vita anche se per mio male io volessi. Ho visto come sa premiare la fatica e come rendere attimi speciali. Ho appreso come suo malgrado mi proteggesse dalle infezioni. Ho percepito la passione di intenti nell’impulsività di fare, fare per me. Fare per non fermarsi. Ho visto come promette poco e mantiene tutte le migliori promesse non dette. Ho visto che non segna mai quello che dà per averlo indietro. Ho sentito che i “grazie” erano la sua ricompensa preferita. Uno che non ti fa troppe domande, perché quando stai male non sei improvvisamente un partecipante di ‘chi vuol esser milionario’ ma forse hai bisogno di pace. Questo è un gigante. Quello che se non si fa avanti nella tua vita quando sei fermo e mezzo zoppo allora non esiste. Fatica sprecata inventarlo.

    Poi ci sono i deboli.
    Quelli che pensano di essere davvero qualcuno e magari lo sono, ma solo perché sono sopra le spalle di un gigante da tutta la vita. Sono quelli che non hanno ancora imparato a sacrificarsi per ottenere le cose, quelli che le tasse non le pagano per milioni e hanno la barca, quelli che non entrerebbero in un centro sociale perché si vergognerebbero, quelli che i figli devono avere tutto perché loro non hanno avuto niente ma non danno del loro tempo, quello no. I deboli sono quelli che scappano sempre e comunque, che promettono e non mantengono, che barano, che cambiano gli ideali e le vite degli altri per convenienza, i mercenari, quelli che devono vigilare qualcosa dalla feccia e ne fanno parte, quelli che giocano con poco, basta un po di polvere o una pastiglia. Stanno sulle spalle dello Stato, di una famiglia, di qualcun altro. E sulla bandiera ci sputano con l’ingratitudine, con l’assenza di impegno per cavarsela da soli, e sulla famiglia ci marciano su. Perché la famiglia ha un obbligo morale. La famiglia non può scaricarti. Devi prendere.

    In questo pianeta di rivoluzioni in atto macroscopiche, almeno in ambito sociale, i deboli si profittano dei giganti buoni e diventano loro padroni. La cosa triste è che le cose accadano alla luce del sole e pochi si scandalizzino. L’ordine delle cose non potrà di certo cambiare in questi giorni. Cosa si può fare in questi giorni? Spendiamo un grazie ai grandi della nostra vita. Facciamolo. Quanto ci costa? Domani mattina. Dedichiamo così tanto tempo a noi stessi che 5 minuti di ricordo se li possono valere le persone che ci hanno dato. Che ci hanno sempre fatto sentire la loro presenza e non si sono mai dimenticati di noi. Una telefonata. Un sms. Non facciamo gli ingrati. Una colazione al bar. Tempo signori. Il tempo è una delle più belle cose che si possono dare che a non poter essere sostituita da nulla altro. Io quel poco che ho lo devo ai giganti della mia esistenza, più che a me stesso. Alla loro cura e soprattutto alla loro pazienza. So che ci sono, spero che mi leggano. Un giorno vorrei essere come loro. A loro offro questo bicchiere di succo d’arancia che ancora mi rimane e un posto nel cuore ad ogni costo di affettuoso ricordo.
    October, 2009

    proprietas da…. proprius

    Ogni giorno ci camminiamo sopra. Senza sapere di chi, di cosa, per quanto. La vecchia nuova proprietà è sempre di qualcuno. E’ sempre o pubblica o privata. Secondo il Codice Civile (al Libro Terzo della proprietà)  “Il proprietario ha diritto di godere e disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo, entro i limiti e con l'osservanza degli obblighi stabiliti dall'ordinamento giuridico”. Quindi, che tu sia una persona fisica o un soggetto giuridico, ti spetta la titolarità del diritto che ti compete. Qualcuno ti dirà cosa è privato e cosa è pubblico. Cosa non lo sarà mai e cosa lo può diventare.

    Il proprietario può utilizzare la cosa, cioè può trarne il valore d'uso che essa ha. Il proprietario è teoricamente libero di usare o non usare il bene, di decidere come usarlo, di trasformarlo e al limite di distruggerlo (sempre che l’ordinamento giuridico sia d’accordo). Semplicemente ci camminiamo sopra e ci macchiamo le scarpe. E andiamo. Oppure ci passa per le mani, si perde per le tasche, si rivende a miglior offerente. Vi voglio parlare di proprietà privata. La più privata che ci sia: noi. In materia di etica&salute il mondo discute ancora (e lo farà per molto) il diritto di poter esercitare la proprietà privata dei nostri corpi al posto nostro in circostanze particolari. Alcuni tribunali, alcune giurisdizioni tolgono alle persone la capacità di decidere, o di decidere anticipatamente, se risulta evidente che esse non sono più grado di farlo o se semplicemente sembra un aggravio all’etica globale e sembra più giusto il contrario (es. trattamenti fine vita, testamento). Ma non è di questo che vi parlerò. Ma del concetto generale, fondamentale, di poter e dover godere della proprietà che abbiamo: a maggior ragione se la proprietà in questione siamo noi.

    E c’è ogni giorno qualcosa che minaccia di far diventare il privato pubblico. Alzi la mano chi non è mai diventato pubblico. Di solito succede con le cose peggiori che siamo. Con i difetti. Ma anche con quello che proteggiamo, con i segreti. Con le vergogne, non solo morali, e con i sentimenti. E come ci sentiamo toccati davanti a un tentativo di esproprio. Di passaggio da pubblico a privato. Una malattia. Una sofferenza che vorresti vivere di nascosto. Il nudo della tua anima. Il marito, la moglie che vogliono sapere di sè sempre tutto. L’uomo che ride davanti a una collega che fatica a lavorare, con gli occhi lucidi. Il compagno di scuola che racconta a tutti che quello non ti si fila proprio. La social card che in Italia dice anche al panettiere che stai morendo di fame e sei un “aiutato”. La tua faccia privata che porta i segni della vita pubblici.

    E c’è ogni giorno qualcosa che minaccia di togliere la dignità di torno. Quella dignità che risparmi, centellini, fino all’ultimo. Semplicemente molti ci camminano sopra e si macchiano le scarpe. La coscienza. E andiamo. Andiamo tutti insieme per Corso Italia, ognuno nel suo, a guardare le vetrine. E se vediamo qualcuno che sta peggio di noi, un senzatetto, un venditore ambulante di un’altra etnia, voltiamo la faccia senza un sorriso. Perchè è vero che le stesse cose che cerchiamo di nascondere in noi non vogliamo vedere negli altri. Una proprietà pubblica troppo scomoda. I problemi sono sempre scomodi. Ma noi paghiamo con la carta di credito, e possiamo ancora scegliere il colore delle scarpe.

    Ma c’è quel privato di noi che sono le stesse cose di chi le vive in disgrazia pubblica. C’è chi vorrebbe suo padre, sua madre accanto a sè più di una volta l’anno come lo desidera il venditore di tappeti marocchino che è a Milano senza permesso di soggiorno. C’è chi non vorrebbe andare a recuperare ogni volta i soldi dal salvadanaio, in tutto il mondo, cambia solo il valore del salvadanaio prima di essere rotto. C’è chi si chiede quanto di tutto sia giusto, per lo meno per il futuro dei suoi figli che stanno crescendo e mentre se lo chiede guida una classe S da 80 mila euro coi sedili in pelle, e chi se lo chiede perchè hai i figli in cura all’assistenza sociale. C’è chi pensa che sta perdendo la sua serenità mentale e non si chiama più stress, ma ha paura di dirla quella parola: perchè è una malattia; e dice agli altri che sei un debole. E ci pensa uno che si è appena laureato e ha la vita davanti, chi ha una bella famiglia, chi ha sempre pensato di essere onnipotente. C’è chi pensa di meritare un briciolo d’amore a questo mondo perchè in fondo non è solo fatto di difetti e imperfezioni.

    Ognuno cerca di tutelare la sua proprietà privata. A volte perfino negando che esista. A volte perfino cessando di vivere abbastanza.

    Sono qui che ti parlo di questo. Ho chiesto a una persona: cosa ti rende felice? Questa la sua risposta:

    Mi piace il calore di un abbraccio sincero, mi piace chi pensa prima di parlare e soprattutto agisce in armonia con le sue scelte,
    mi piace una the o una cioccolata calda d'inverno, davanti al camino con il freddo fuori dalla finestra e il calore sotto il piumone,
    chi mi narra una storia a bassa voce tra i lumi di qualche candela profumata alla cannella; chi mi saluta guardandomi negli occhi e
    con una interessata e importante stretta di mano.
    Chi mi ascolta, ma lo fa davvero e porge orecchio ai miei silenzi e sospiri più che alle mie parole.
    Il sorriso pieno di un bambino quando si diverte a vedermi mentre faccio la buffa e...due persone che si tengono per mano anche dopo anni e anni di matrimonio e vita vissuta insieme. La complicità di uno sguardo e la semplicità e magia di un minuto speciale.
    L'importanza di far sentire ciascuno speciale, unico. Rispettare gli spazi altrui e varcare la soglia di questi ultimi solo quando me ne viene data la possibilità.
    Il contatto che cerco scagliandomi sugli altri, solo per sentirne la presenza.
    Un libro, nel quale posso immergermi senza paura di affogare. Una poesia dietro la quale solo io posso scorgere mie verità, ad altri celate.
    Un gelato in pieno inverno per sentire i brividi non solo fuori, ma anche dentro. Il calore di una sciarpa intorno al collo dalla quale posso sentire il profumo di persone a me care. Il bacio della nonna o del nonno dopo avergli fatto visita. Il tepore di un bacio. La felicità altrui. I piccoli gesti: un semplice fiore colto in un campo.
    I viaggi. Il poter sostenere una sorella o un fratello in un periodo non favorevole. Emozionare le persone attraverso ciò che esprimo scrivendo.
    Essere e non apparire. Ascoltare...attentamente. Gioire con chi gioisce e provare amarezza con chi prova amarezza.

    Di queste risposte ce ne sono milioni. Non posso intervistare tutti.

    Quante volte hai rinunciato a tutto questo, per proteggere la tua proprietà privata? Per paura del pubblico. Non so tu, ma io molte volte. E lo rifarò. Ma ci spetta di godere e disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo, entro i limiti e con l'osservanza degli obblighi stabiliti dall'ordinamento giuridico dei nostri stivali, capisci? Ci spetta utilizzare la cosa, trarne il valore d'uso che essa ha, sulla nostra pelle. Sia un difetto, un pregio, una malattia, un segreto, un tuffo nel dolore. Scambiarla. Il proprietario è praticamente libero di usare il bene, quel bene privato, quel bene che può voler dire solo bene cristo santo, di decidere come usarlo, di trasformarlo all’infinito. Con tutta la paura di questo mondo. Ti spetta. E ti spetta cadere. E ti spetta non venire preso in considerazione, essere preso non con la cura di cui ha bisogno, ti spetta essere dimenticato. Hai bisogno di pensare a te perchè nessuno lo farà per te molto spesso.

    Vi dico: le strade, le finestre, le passioni, l'inverno, i battiti persi. Le speranze forti. La proprietà privata. Le lascio a voi proprietari. Non deludetevi.

    Ti dico: se vuoi, viola la mia.

    October, 2009

    La tre, amici ascoltatori

    - Non sono amico dei numeri. Mai stato. Riconosco che gran parte delle cose esistenti e concetti scientifici applicati, e non, si possono ridurre in numeri. O si possono costruire su di essi. Anche un pensiero, se non fosse imprevedibile e dettato da nuove connessioni istantanee, che è un complesso stimolo chimico dovrebbe poter essere teorizzato attraverso serie numeriche complesse. Signori, anche il tempo è numeri. Non tutto si può comprendere attraverso i numeri. Ma alla fine, io, sono diventato il me che guardo ora attraverso loro. Il numero ufficiale è il 3. Quello non ufficiale non esiste, appunto perché non lo è. 3 volte che ho fatto il sarto a me stesso sull’abito pelle.

    Cosa nascondi numero 3? Cause? Conseguenze?

    Entrambe. Qualcuno è stato la conseguenza di piccole attenzioni con destinazione me. Dei tanti volermi forte. E’ diventato attraverso me la più bella parte di se con suo merito, ai miei occhi. Qualcuno è stato la conseguenza di molto freddo, o di molto male. Qualcuno è stato la causa, la causa di un angolo della propria storia di vita. Messa poi davvero in un angolo.

    Più volte cerco gli occhi del numero tre. Perché gli occhi, anche da soli, sarebbero tutto. Erano tutti a modo loro, ironia della sorte poi legati dagli stessi colori, legati dallo stesso tipo di sguardo. Disarmato, innocente, in attesa. Sognatore. Ed erano i miei davanti ai loro assorbiti, mai paghi; lo specchio della felicità. C’è stata una porta sbattuta, un’altra volta un telefono chiuso, ed un’altra volta un viaggio maledettamente schifoso sul sedile di dietro. Il numero tre è in realtà il numero 1 sommato tre volte.

    Una pozza di sangue e qualche urlo soffocato. Uno scottex appiccicato su come se bastasse.

    - L’amore riempie il frigorifero, se vivi da solo lo sai. Quando lo apri non puoi fare altro che sorridere, puoi di nuovo chiuderlo. Ti basta vedere che è pieno e qualcuno ha pensato a te.

    - L’amore, per restare in tema di numeri, miei cari lettori, ha come numero ufficiale indovinate quale? Non è difficile. Ha il numero uno periodico. Il numero primo 1. Il numero più completo da meno infinito fino a più infinito.

    - Se fossi diventato ciò che sono attraverso l’uno non sarei me. Sarei meglio di me. Non è rimpianto. E’ che ora devo spiegarmi chi sono attraverso i numeri. La parte più noiosa del compito. Devo spiegarmi perché non ho mai fatto ciò che io stesso ho teorizzato e poi scritto, in comandamenti-memorandum, come: “prima di fare nuove conquiste tieni stretto ciò che hai” oppure “non credere alle tue verità finché non sono le verità degli altri” e via discorrendo. Dovrei rendere conto del perché io abbia coinvolto altri studenti sbadati e non mi sia fatto aiutare nei conti.

    - Per un intero anno scolastico, mi sembra la 4a superiore, ricordo che consegnai i compiti di matematica appena suonava la campanella al professore, vuoti. Solo con il testo dell’esercizio. Se c’è qualche compagno che legge lo ricorderà. Il professore andava in bestia. Voleva che ci provassi. Ma io il libro non l’avevo mai aperto. Secondo me, era più dignitoso il foglio vuoto. Penso ancora questo. Nonostante questo oggi ci ho provato, il mio foglio è arrivato alla facciata numero tre, ed è costellato di calcoli che mai torneranno. Nessuno si prenderà la briga di controllarli, di guardare dove finiscono, non c’è un totale. Una cifra, un’espressione, il valore di un’ incognita a premiare gli sforzi.

    - Se non hai un totale oggi non hai niente.

    - Ci sono numeri che mi spiegano. E che spiegano anche voi. Nel mio caso il numero dei traslochi, il numero degli amici, il numero di foto, il numero di segreti, il numero delle pagine di un libro impolverato. Mi dicono, vogliono farlo e non possono fare altrimenti, come uso il tempo, come uso i sentimenti, le energie, gli occhi, le mie qualità, i miei difetti, il denaro e tantissime altre cose. Gran bel da fare sarà pensarci su.

    - Più volte cerco le dita del numero tre, o i loro abbracci, il vapore della loro aria sul vetro dei miei pensieri. Spero di ritrovarli tutti in un numero uno quando lo desidererò.

    Cosa cerco? Cosa cerchiamo? La cura, la protezione, la sicurezza di essere raccolti nei momenti fragili e delicati, di essere rasserenati con semplici silenzi e delle strette. Più che molte parole. La terra è un posto difficile in cui vivere ma è l’unico. Sarebbe bello poter tornare ogni giorno in un posto che chiude il mondo fuori, un posto dove puoi a volte smettere di essere per forza efficiente, brillante, risolutore, super comunicativo o stressato, o con le barriere sempre alte. 

    Essere semplicemente essenziale per qualcuno, essere la “dolcezza che alla fine ti salva” (Shakespeare NDA) per qualcuno, essere la luce in fondo agli occhi dietro il vetro il buio e la pioggia per qualcuno. Essere ascoltato e preso in braccio; perdonato per le disattenzioni e scusato per i limiti.

    Luce, luce in fondo agli occhi. Assaggio una lacrima in un sorriso. Impariamo dai numeri ma non facciamoci confondere. Aspettiamo. Aspetto. La vita si vede da chi la porta.

    October, 2009

    Prima, o sarà troppo tardi ( American Losses) il racconto a 4 mani di Fabio e Simona

    Uno
    Ogni senso era completamente preso dal misterioso sciabordio di onde. Immerso nel silenzio si muoveva lungo la riva del mare, le mani in tasca e le spalle strette per riparasi dalla brezza marina della sera, cupo, brezza, ripensava al viso di quella donna. Rigato dalle lacrime. Ancora impazzita brezza.
    Era stata una giornata come le altre quella di due anni prima. Per lei. Frenesia in città, appuntamenti saltati, alcuni presi, sul filo, sì sempre sul filo. Del possibile.
    Adesso osservava curioso la forza di quell'anima così sofferente che nonostante l'indescrivibile dolore provato non emetteva alcun gemito. Le si poteva scorgere nel fondo delle pupille, l’epicentro degli occhi dell’anima, la lacerazione al cuore provocata dal quel male così profondo, da quella perdita così improvvisa.
    Era bastato saltare un taxi. Esser partita un minuto dopo. Oppure avrebbe dovuto fermarsi a fare carburante all’Orion di Santa Fe’ Street e non a quello di Greenspens sull’ottantaquattresima più trafficata. Per vincere la lotta con il tempo. Per non intersecare la sua strada con quella di Pete Gregor, neo assunto dello studio dentistico Trevels e Co.
    Dave aveva ancora indosso il vestito nero mentre rivolgeva uno sguardo stranito alle orme lasciate dalla sua scarpa sulla sabbia. Cos'è la vita? Ecco cos'è la vita: è un'orma lasciata leggera sulla sabbia che presto sarà cancellata dal passaggio di tanto mare, è qualcosa di effimero, di passeggero, qualcosa che se non è basato su principi validi, importanti, saldi come l'amicizia, la devozione, l'amore, non trova una vera definizione. Cosa sono le emozioni, quelle che ti permettono di gioire fino quasi a raggiungere la luna in un solo battito, le sensazioni che ti danno l'opportunità di essere travolto da un turbine violento di passione, i sentimenti quelli veri, sentiti, vissuti, assaporati, sognati, voluti fortemente? In miliardi di circostanze diverse, sono quello che cerchiamo, che sentiamo, che diventiamo, che siamo.
    Fragili a vibrare, o già rotti nella scatola prima di arrivare a destinazione.
    Alla stessa ora, di due anni prima, il vento si piegava per dar vita alle fiamme, il fumo si perdeva tra gli spifferi impercettibili e le voragini della lamiera piegata. La vita passava e non si fermava. Le emozioni tornavano a essere piccole quanto il bottone di una camicia, saltato fuori dal vetro. In un urlo spento.
    E poi quel tanto, quel bello, quel cortile di eternità e quasi onnipotenza affacciato sulla vita era per prendere fuoco, era per prendere acqua dal cielo fino ad affogare, era per le crepe. Era andare indietro fino a perdere l’ossigeno dal bordo del sedile ai piedi del cielo.
    Due
    Dave facoltoso, di bell’aspetto, affascinante, dalle grandi prospettive di carriera governativa, conosceva donne bellissime e intelligenti e uomini illustri, economisti, stimati ricercatori, i potenti dell’America sconosciuti. Condivideva con loro macchine governative parcheggiate in fila e scortate, sigarette accese da accendini d’oro, borse scure di pelle.
    Era un uomo il cui cuore era indurito dalla ricchezza e dagli agi; un uomo capace di vivere nella bugia come fosse verità, con scrupoli dietro le spalle, con molte pretese, incapace di pazienza, di chiedere con cortesia, anche nei sentimenti.
    Era stata una voce anonima gracchiante a iniziare quel viaggio a ritroso, vorticoso, tra le ragioni della vita.
    <<Dave Smallows?>>.
    <<Chi parla?>>.
    <<Dave Smallows?>>.
    <<Sì..mi dice..>>.
    <<Capitano Senders, del distretto di Manhattan>>.
    <<Catherine Brudge Senders è sua moglie, giusto?>>.
    <<Sì, le lascio il suo numero? 7659..>>.
    <<Signor Smallows, mi stia bene a sentire e non mi interrompa, sua moglie ha avuto un incidente con una vettura tra la quindicesima e la sesta, ora è in viaggio verso The Guardian Hospital, dove sarà ricoverata d’urgenza in rianimazione>>.
    Silenzio. Il coraggio mancato.
    <<Mi ha capito signor Smallows?>>.
    L’ultima cosa che ricordava di Catherine erano le splendenti lune alle orecchie fatte comprare a Margie, la sua segretaria, indossati alla cena di due settimane fa al gran ristorante Gusto Italiano.
    Si fermò un istante, voltò lo sguardo sul mare e lo perse laggiù oltre quella grande distesa mentre i pensieri viaggiavano ininterrotti come la pellicola di un film muto. Era una giornata particolarmente grigia e l'aria odorava di pioggia, di temporale. In lontananza si potevano scorgere le luci dei primi lampi, i rumori turbolenti dei primi tuoni. Erano passati solo due anni, due interminabili anni di fatiche da quella telefonata. Di aggrappi alla rassegnazione, alle speranze, all’odio cercato e rinnegato, scivolando dal pianto dietro la tenda della sala operatoria a un sorriso dovuto, emozionato, costretto, due giorni dopo il coma per lei.
    In bianche lenzuola. Più corta. Tragicamente più corta.
    Il giorno lentamente stava abbandonando la scena per lasciare il posto alla notte. Dave con passo deciso spinse la sedia a rotelle verso la sua autovettura.
    La verità era che Pete Gregor, assistente del Dott. Hudgens dello studio dentistico Trevels e Co era il figlio della distrazione e la sua Jeep non aveva fatto sconti in una serata di stanchezza. La verità era che segretamente Pete Gregor era stato assoldato dalla controparte politica di Dave per eliminarlo segretamente dalla probabile futura scena presidenziale. La verità era che Pete Gregor lavorava in incognito come agente operativo Cia, in collaborazione con l’ufficio D dell’Interpol con supervisore capo Francois Modèl a Lione, e aveva il compito di convincere definitivamente il signor Dave Smallows a tenere la bocca chiusa su certi affari americani all’estero appoggiati dal presidente. Nell’interesse di tutti.
    La verità era che se lo sarebbe chiesto per molto tempo ancora. Ma di sicuro era stato per via del suo lavoro. Lo sapeva.
    Le passò l’indice sullo zigomo per portar via tutta la pioggia. Prese in braccio Catherine e l’adagiò sul sedile. Salì in macchina, accese il motore e diede un ultimo sguardo a quella tavola grigia e calma laggiù, inserì la marcia e iniziò il suo ritorno verso casa.
    Tre
    Dave contava le giornate del lontano passato in cui Catherine non piangeva, quelle in cui si abbandonava in cerca di affetto, in cerca di lui. Prima di molte collane, e borse e cene mancate. Se le ricordava tutte, la memoria non serviva. Si erano presi come si compra un regalo in ritardo la sera di Natale. Visti e piaciuti. Imbustati e non provati. La bellezza, la carriera, i modi, il vestir bene, erano bastati. Era tutto di classe. Non è facile trovare qualcuno che pensi sia alla tua altezza.
    Non si erano mai amati per mezz’ora. Servivano a spingere avanti la vita avanti di due o tre metri, per vedersi giovani di successo in stanze vuote di una villa a tre piani. Per sfogare lo schifo della vita nella stessa stanza. Per avere qualcuno nell’altra metà della foto con sfondo Miami. Per riempire il vuoto. Quello con cui tutti nasciamo e ci accorgiamo di avere appena rompiamo il guscio con il becco. Per non sentire solo silenzio nella nostra casa. Perché il letto scricchioli a dovere. Per far parte di qualcosa davanti agli occhi di tutti.
    Le ventitre. Dave si trovava al capezzale del letto dell’ospedale; tirò fuori dalla sua 24ore di pesante cuoio nero la lettera che aveva trovato per caso nel cassetto della scrivania mentre cercava documenti di sua moglie da portare al primario. Catherine sedata, dormiva.
    Lentamente tirò fuori dalla busta quel foglio rosato. Aprendolo avvertì la leggera essenza del profumo che sua moglie vaporizzava sul corpo prima di dormire la notte. Tirò un profondo sospiro e iniziò la lettura:


    Caro Dave,
    mi trovo immersa nei miei pensieri mentre, facendo male al tappo di una penna, penso a te…a noi.. Non riesco a comprendere cosa ci è successo, cosa è successo al nostro amore che aveva la forza e la foga di una tempesta, che era dirompente e impetuoso come un mare in agitazione prima di un temporale, che era appassionante e coinvolgente come un caldo abbraccio, un tuo abbraccio..un tuo bacio.
    Guardandoti negli occhi, non vedo più il Dave di qualche anno fa. Il Dave che sarebbe venuto con me fino in capo al mondo, quel Dave che mi ha giurato amore eterno sigillando l’emozione di quel momento con uno sguardo dentro al quale potevo scorgere cristallina la sincerità di un amore puro.
    Ora nei tuoi occhi così profondi ho la sensazione di perdermi, di smarrire la strada, di raggiungere un bosco scuro e cupo dal quale non saprei più come uscire e tornare indietro.
    Non ti nascondo, amore mio, che mentre scrivo tremo e piango interrogandomi sul perché tutto abbia perso la magia di un tempo.
    Ti sento distante, freddo, indifferente al mio sentimento, al mio amore e forse questo e ciò che mi ferisce di più, ciò che mi incide sul cuore una ferita dalla quale sento gocciolare lacrime amare. Vorrei poterti donare il mio amore incondizionato, senza barrire, senza limiti, ma devo abbassare la testa e ingoiare il nodo alla gola in gola davanti al muro che ti sei costruito.
    Sai, l’altra notte non riuscivo a prendere sonno e mi sono accorta che tu non eri affianco a me. Scendendo le scale, mi sono diretta verso il salotto. Vedendoti lì seduto, sono rimasta sulla soglia della porta osservandoti mentre pensieroso, sorseggiavi un bicchiere di vino rosso scrutando oltre la finestra, il buio della notte.
    Avrei voluto raggiungerti e senza proferir parola abbracciarti e donarti un tutto il mio affetto ma non sarebbe servito, eri lontano.
    Piccolo amore mio, non so come sarà il futuro, non so se questo è un periodo grigio dovuto al cambiamento del tuo lavoro e alle grosse responsabilità che ti sono state affidate e che quindi hai solo bisogno di tempo per riorganizzare il tuo di tempo.
    Apprezzo molto i tuoi regali, i viaggi. Ma non è questo ciò che vuole una donna, ciò che voglio io.
    Conosci il proverbio che dice: Due cuori una capanna? Mi basterebbe una semplice capanna ove poter poggiare le mie membra stanche e affaticate dopo una giornata di lavoro, se questo potrebbe significare ricevere il tuo amore e sentirlo forte e caldo come quando eravamo fidanzati, pronti a superare alte colline e irti monti pur di coronare il nostro sogno di una vita insieme. E due cuori: il tuo e il mio.
    Non so se avrò mai il coraggio di darti questa lettera e svelarti così tutta la mia fragilità adesso nascosta alla tua vista. Vorrei poterti aprire il mio cuore così da permetterti di vedere che all’interno ci sei solo tu e solo tu possiedi le chiavi dello scrigno che lo racchiude.
    Ti amo Dave,
    Catherine.


    Si sentì mancare. Quelle parole.. “le scale, mi sono diretta verso il salotto”, “ avrei voluto raggiungerti”. Non avrebbe più potuto farlo senza quella maledetta gamba.
    “Amore mio”, “due cuori”, “non vedo più il Dave di qualche anno fa”, “tremo e piango”.
    Era stato crudele. L’aveva trascurata. No, peggio. Non l’aveva amata. E lei sì. Lei ci credeva. Ci sperava. Questo fu il pensiero ricorrente di Dave per molti anni. In agonia.
    Quattro
    Mi raccontò tutto. Mi chiamo Abhisar Gursharan, e sono il fisioterapista che segue a domicilio la signora Catherine Brudge Senders. Dave è cambiato molto negli ultimi anni. Ha lasciato il lavoro, che lui stesso definiva “pericoloso”per via di certi segreti che celava, per dedicarsi a Catherine. Alla sua salute fisica e mentale. Alla sua emotività. Ho visto di tutto facendo il mio lavoro, conoscendo così tanta gente. Ma non ho mai visto questo. Ogni cosa che Dave poté fare la fece. Calmò i pianti di lei. Pianse con lei. Le cambiò le medicazioni. Le diede tutto se stesso annullandosi. Riducendosi a uscire raramente di casa. Vendette la sua automobile di lusso. Le trovò l’hobby del bonsai. Le stette così vicino che soffrì anche lui dello stesso male. E iniziarono ad amarsi e a rispettarsi profondamente. Sembrava impossibile. Era vero.
    Un giorno, dopo mesi di chiacchiere e sorsi di whisky mi raccontò tutto. Quel tutto che gli faceva male. Mi disse che ora amava. Non era pentito di amare. Disse che amava troppo. E che il dolore stava diventando sempre più forte. Al che gli chiesi quale dolore. Il dolore di non averlo fatto prima. Gli dissi che non avrebbe salvato Catherine comunque, e che spesso ci accorgiamo degli errori solo dopo avvenimenti che hanno la virtù di cambiare qualcosa in noi. Annuì. Mi faceva molta tristezza vedere quell’uomo piegato.
    Ma ci sono abituato. Nel mio lavoro incontro solo persone che soffrono. Soffriamo tutti. Il cinismo non ci salva e non ci spiega il perché. Bisogna solo andare avanti.
    Catherine migliora di giorno in giorno. Sarà un processo lungo, ma ormai ci vediamo una volta al mese. Lei può continuare a vivere.
    Quanto a Dave, ha lasciato un biglietto d’addio falso sul tavolo e una busta con un mucchio di dollari dentro che ho avuto premura di ritirare dal suo conto. Sarebbe andato a vivere in un paese caldo del sud. Questo diceva la sua calligrafia, niente più che una riga. Ora che l’amore li aveva fatti incontrare per davvero.
    Tutto questo è a rapporto. Non sono solo un fisioterapista indiano. La Cia chiude sempre le sue faccende in sospeso. Abbiamo avuto pazienza, per via di lei. Sei mesi fa è stata abbastanza forte da reggere il colpo di questa improvvisa scomparsa, direi. Così Dave è passato al paese caldo, se sia verso sud non lo sa nessuno, è all’inferno. E l’ho spedito io, per raccomandata con un proiettile in testa. Il fascicolo è chiuso. Meglio essere cassieri in un supermercato. Non sapere di presidenti e di paesi. Mi dispiace Dave, sei uno dei tanti martiri per il bene del paese. Qui non vince il bene, l’amore. Non vince una donna con una gamba sola. Non vince un uomo pentito. Non vincono i pianti e nessuno li ascolta. La ricchezza si paga e la libertà e il potere si comprano: siamo in America.

    Rock on

     

    Comincio a sentire. Nulla. Tutto si ferma. Tutto tace. Stringo la trapunta nel pugno. Comincio a sentire. La mia stanza è un cimitero e inciampo sui resti di tante cose. Non mangio e non bevo abbastanza e la pressione fa scherzi. Bruciano le labbra. Bruciano le foto. Bruciano le cuffie. Comincio a sentire, il silenzio. Ed è bellissimo. Questo silenzio. E mi ero dimenticato. Muoviti. Cammina sul soffitto di quel che pensi e ti sembrerà di volare. Guarda solo la vita al contrario e ti sembra di essere in un altro posto. Ecco ci sono. Non penso a quanto vale. Un pugno immaginario lascia un segno sulla mano. Anche due.  Niente dolore. E torno ad essere me. Quello che decide cosa vuole. Ed un grazie al tavolo. Oggi è un buon giorno. Di  Rock and Roll. Un sasso che precipita. Rrrroll. Nè lontano nè vicino. Precipita al suo nuovo vuoto.  

    Con una faccia che non sai cosa vuol dire, perchè poco da dire è rimasto sulla mia pelle. Ci sono i segni. Quelli stanno in silenzio. Quelli spariscono, si lavano via. Dopo che hai toccato il tuo eccesso, che hai vuotato tutte le persone vicine a te, tutte le ansie.

    Questo è quello che sogno: la buonanotte prima del tic dello spegnersi della luce. E verrò, andrò, passerò e la prenderò. E un giorno ti sveglierai e saprai che è quello che vuoi sentire anche tu. Chiunque tu sia. Perchè lo vogliamo tutti. E non ti muoverai. Chiamerai e ti farai prendere. E riderai così tanto.

    Un sasso che rotola, mai veramente nato e mai veramente morto. Mai veramente cresciuto e mai veramente invecchiato. Un urloooooooo e rotolo. Il mio fedele Moleskine ha ripreso a lavorare e son un fermento di pensieri. Comincio a sentire. La botta dell’eccesso e l’aria. Rock and don’t stop. Mi sento raggomitolato con la voglia dell’abbraccio. Che comunque non prenderei. Perchè ho fretta di fare quello che devo: dare.

    Il tanto da ricordarmi che sono qui grazie a voi. Che sono qui per alcuni di voi. Che è stato carino scrivere qualcosa con la simo, anche se ci abbiamo messo mesi per via della mia pigrizia e mi ha tirato sù sù (anche se rimango ermetico come un barattolo di caffè). Che è stato confortante la pagina 146 di ieri elisa, che non mi ha letto,(fabio volo non mi piace tanto), ma che ho comunque sentito (e letto ehe), per il semplice fatto che poi il buona notte c’è stato. Si pensa sempre che bisogna condividere chissà quali cose. E tallonarci. Controllarci. Sperare. Per forza il bene, quello che porta all’amore. Ma perchè? Serve anche il messaggio di Sendy che mi ricorda Ebrei 10:24,25. E serve il messaggio di Tabita che mi dice che se ho bisogno di parlare… E serve la chiacchierata di questi giorni, dopo molto tempo, con Marta che mi dice che “non è vero che faccio solo male agli altri, perchè ha sorriso e si sente meglio” . E forse io no. Ma che importa? Ho fatto qualcosa per una persona.

    In realtà non mi serve altro che sapere che ci siete. O ci sarete. Ognuno un pezzetto. Quando ci incontreremo senza volere. Un pezzetto ci sarò anche io. E la cosa bella è che non ci faremo promesse. Ma daremo quel che saremo capaci. Senza sapere di dare forse. Senza sapere di fare forse. Un sorriso veloce. Ecco come sta chi dà senza aspettarsi niente. Chi dà prima di pensare di farlo. Grazie per avermi fatto ricordare. Grazie per averlo fatto. Comincio a sentire.

     

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    September, 2009

    Diventiamo già essendo o semplicemente siamo?

     
    Siamo quelli che siamo. E' vero ma non è vero. Siamo sopratutto quello che riusciamo a diventare. E non parlo di targhe sul proprio campanello come "dott. arch. ing. ufficiale, etc". Parlo di modi di essere e qualità coltivate nelle quali non ci si nasce eccellenti ma per cui ci si arriva con fatica. Diventiamo meglio di quello che siamo. Portandoci appresso vizi e incapacità insormontabili, difetti, di sempre. Per far accorgere e sorprendere le persone che vogliono vedere il buono in noi. Sì, diventiamo. Come?
    Partirei dal perchè prima. E il desiderio di piacere ed essere apprezzati, fors'anche amati, può essere un incentivo. O forse perchè davanti allo specchio della coscienza non ci piacciamo più. Questi perchè portano al come. Sia per noi, che per altri, diventiamo già essendo: miglioriamo. Ecco la grande differenza tra chi è e chi diventa continuamente: essere in grado di mettersi in discussione con gli occhi degli altri, con le ferite ricevute dagli altri su parole dure dette per il nostro bene, o pensare che siamo così, in quel modo lì, e chi ci vuole ci deve accettare, o noi stessi dobbiamo farlo. Lo specchio della coscienza tacerà per sempre? Troveremo qualcuno disposto a passare sopra tutto quanto quello che siamo? Alcune cose sono molto profonde in noi da sradicare. Difficile a volte promettere, illudersi, o soltanto sperare che quelle radici salteranno fuori. Però è giusto aspettarsi che qualcosa del genere accada nella quantità, in un contesto ampio di rivalutazione di se stessi, come premio a fronte degli sforzi compiuti per diventare, già essendo, persone ancora migliori. Possibile che l'impossibile sia possibile? A onor del vero, no. Ma se sbagli nel giudicare una cosa che sembra impossibile, forse sì. A volte ci si rende tristi nel pensare ai propri limiti. Vizi, incapacità, sbagli ricorrenti. Difetti macroscopici. Eppure si può andare oltre, spingere i limiti oltre, e fare quello che ci stiamo chiedendo per crescere e maturare. 
    September, 2009

    Dove muore un sogno

    Solo un sogno, solo un amore. Solo loro, sono loro a morire dove nascono. Guarda le mani che portano una fede, guarda chi la fede la porta nel cuore e chi non la porta affatto perchè pesa. Sembra che un sogno nasca dalle mani, a volte, un contatto accennato o una presa. Oppure da occhi sgranati. Ma io dico che passa solo per le mani, o per gli occhi. Ci passa attraverso. Un fulmine alla sua velocità, prolungato. Un brivido persistente. Ma nascere…il posto è un altro.

    E tutti ne abbiamo almeno uno di questi posti, di sogni. E qualcuno ci ha aiutato a trovarlo, o a vederlo. Perchè abbiamo sempre bisogno degli altri. Di perdere i confronti a costo di farli. Di imparare dalle discussioni. Per capirci meglio. Per trovare la strada. Non ci basta ascoltare una canzone triste, o bere alcol di più. O riempirci di cose da fare per non pensare. Una corsa in più nello stress o un giorno di palestra in più.

    Vai in fondo, mi son detto. Andiamo in fondo. A guardare nel posto dove nascono e muoiono i sogni. Senti cosa ha da dirti il mondo. E accetta, prendi qualcosa. E poi portalo sotto, sotto la pelle. E guarda con sincerità a quello che vuoi e puoi fare.

    Taglia, copia, incolla, elimina. Incolla. Appendi. Tu, lei, l’altra lei. Vite parallele e contemporanee. Con una vita da darmi. Un ascensore dritto sparato all’impossibile. L’impossibile del bene promesso su una carta fragile. Come dirti..dirvi..siete il mio sogno. Taglia, elimina. Non esistete. Il sogno non di oggi. Come prendere i lembi di se stessi e torcersi, per strizzare via l’ultima fatica. Con la faccia del gangster travestito da nonnetta sparare sugli altri il proprio insuccesso. No. A questo dico no.

    Perchè per questo si vive. Per sentire l’ebbrezza sperando che diventi di più. Per trascinarsi dietro i propri pesi all’insaputa degli altri. Iniziando a disegnare una mappa sul cielo stellato di un posto dove andare in due. Con un dito all’insù. Ci hai visto? Vi ho visto. Poi il tempo delle promesse è un altro. E’ il tempo dove le rose stanno da sole nel vaso a prendere l’acqua e al risveglio esse sono la seconda cosa che vedi dopo me. E senti solo me. E sento solo te. E per una lacrima non mi dai una colpa, ma vieni stretta a me a piangere senza indici puntati. E il tuo cuore è la mia casa ideale. E sento che se conto, se sono, molto lo devo a te. E non riesco a restare lontano dal tuo respiro. E i miei occhi non sanno tacere. E anche la sveglia suona ‘Believe’ degli Smashing Pumpkins. E tutto ha un fine dietro il primo fine: noi, la nostra serenità.

    Dove come quando cerchi quello che non hai capito in me. Per ostinarsi a sognare insieme. E a raccoglierci insieme con forze alternate. Ridendo dei soliti difetti.

    Colpevoli insieme dall’essere complici.

    Facile guardare alla propria vita come una diapositiva. 2 secondi, e trac, cambio panorama. Il proiettore non era proprio a fuoco, si ma non si torna indietro.

    L’album è lungo. Dura ancora 50 anni.

    E in quelle foto ci sono i tuoi sogni. La voglia di fare. La vitalità. Qualcosa per cui pensavi valeva la pena strizzare fuori via la fatica. Per vedere il tramonto di un sorriso. E sentire tutta la libertà di non credere in nulla. Vi dò la mia forza, vi dò questo urlo affogato, vi dò una montagna di cose da ricordare.

    L’affetto dei pensieri sfiorati insieme.

    Perchè non so se mi serviranno ancora, qui, dove senza tragedie e rumore e attenzione muore un sogno.

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    August, 2009

    Non di sole lacrime, no no

     

    Piove. Cosa resterà di questa notte insonne, domani? E chi l’avrà saputa? Creduta? Avrà avuto un senso? Rassegnata alle altre.

    E anche se non piove solo dal cielo nessuno se n’è accorto, ma non trascorre tutto in nome dei sentimenti. Voglio raccontarti di chi sperava di trovare qualcosa che aveva perso da qualche altra parte. O che aveva vissuto con difficoltà non volute. Con la speranza delle sue illusioni. Di chi pensava di conquistare con l’affetto, l’allegria, la spensierata compagnia un terreno sconosciuto fatto di cuore, piantando bandierine bianche su. Di chi, come te, sente quel valore molto forte nella vita: la famiglia. Perchè la famiglia c’è sempre. Perchè la famiglia capisce sempre, e prende i gesti più nascosti per farli diventare te stesso, per farteli scoprire. Per farti amare da te stesso e da tutti.

    Qui, dove aver preso quel bene scivolato per le bocche. Poi di sfuggita, le facce disattente, la speranza di colmare il vuoto dell’indifferenza. Cerco i motivi dietro ai sorrisi distratti, e le compagnie negate o fatte pesare. Le critiche da pulpiti sempre giusti. I musi che gli altri devono accettare per non farti arrabbiare. Non voglio convincere per esser voluto bene. E non acquisto le azioni di partecipazione di un azienda quotata in borsa con il diritto di richiedere la mia quota spettante di denaro ad ogni momento. Perchè deve essere tutto spontaneo. Perchè nessuno mi deve niente. Io qui sono in più.

    Perchè l’elemosina non l’ho mai fatta a nessuno. Il mio braccio di ferro è di cartone e serve a dire: hai avuto il tempo per dimostrarmi cosa volevi fare di quel tempo e di me. Quel tempo ora è a mia disposizione. E se ci fosse una famiglia, lo darei ad essa. Ma è tempo in terra di nessuno, e lo voglio usare per qualcuno che lo voglia meritare. E non voglio più illudermi. E non voglio etichette. Solo strette spontanee, che arrivano dall’aver voluto conoscere la persona che sono, e le cose buone che posso avere. Non hai solo tu il diritto di decidere piano piano le cose come debbano andare, ma posso farlo anch’io scoperchiando le porte dell’inferno arrivando a chiederti quanto sei uomo.

    Ed io cosa ho fatto? Cosa ho dato? Non tanto, ma ci ho provato, ed era molto difficile. Non ho mai sorriso davanti e nascosto pensieri negativi dietro. Uno non può avere tutte le opinioni negative del mondo? Si. Ma deve anche andare a vedere se le cose stanno così da vicino. Allora può venire e dir cosa pensa, non agli altri, ammesso che la cosa lo riguardi, ammesso che possa dare consigli perchè sa vivere meglio. La questione non è: ci sei devo essere qualcosa per te e poi non dimostrarlo con le azioni. E’ questa: ci sei, forse se trovo in te quel qualcosa..sarai parte di me. E se domani mi sarai cognato, vicino o conoscente o autostoppista sarai sempre parte di me.

    E come hai il diritto di pensare che io sbaglio, che potrei essere meglio o che non vado bene, io ho il diritto di guardare nella vita in cui sei per capire se devi entrare nella mia. E se puoi farmi male, e quante volte lascerò che questo possa accadere. E se hai qualcosa da dire, in verità, a qualcuno disposto ad ascoltare. Non ho trovato elementi sufficienti per poterti stimare, senza etichette, come persona uguale alle altre. Non ho trovato cattiveria, ne nulla di male. Ma non ho trovato. Non ho trovato ancora cosa potrei aver mai bisogno, e non piacere, da te. Non ho trovato l’aiuto ne il sincero interesse. Una domanda, una frase che mi facesse capire che stessi pensando a me una buona volta. Io il mio lo ricordo. Il resto sono palloncini colorati e canzoni da festa, dove tutti siamo bravi a fare la faccia felice quando ci divertiamo.

    Usa la testa per capire perchè il cuore non ha lavorato. Io lo farò. Ancora una volta sbaglio io. Forse. Ma per entrare qui da ora in poi serviranno buoni motivi. Se non li troveremo, l’amore basato sul principio ti farà solo stare in cortile. E nessuno penserà di aver perso qualcosa.


    °_Fabio Pinna Photos_°. Get yours at bighugelabs.com

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    August, 2009

    Credimi, crediti, crediamoci

    Sottile è la differenza tra una falsa verità ed una bugia. Quando parli cosa  racconti? Tante verità di oggi che domani saranno evidenti falsità. Senza cattiveria, senza coscienza. E poi a cosa credi? Quello che sento. Quello che leggo. Alle fonti autorevoli. Anche la scienza poi smentisce. E nessuno si fida di nessuno. Promesse non mantenute le potrebbero vendere a chili. Così, tra le false verità delle nostre visioni limitate, nelle menzogne temporanee delle speranze ci staremo chissà per quanto.

    Poi il ritmo forsennato, le scelte da prendere in fretta, le distrazioni, non c’è nessuno che creda per noi. Non c’è il vicino che ti porta lo zucchero che sa sempre come stai. Non ci sono più i genitori che sanno cosa vogliono veramente i figli. Non ci sono i parenti a cui manchi. Non c’è qualcuno a prenderti quando cadi, ma solo a prendere quando ci sei.  Perchè credere costa. credere in qualsiasi cosa. Sforzo, impegno, tempo, da togliere a se stessi: altruismo. E tutti si tiene il poco che rimane per se stessi, in questa vita magra di soddisfazioni e ricca di false consolazioni. Così ci dicono di correre per non pensare, ci dicono di lavorare e poi spendere, di guardare tutto quel che luccica, di distrarci. E che il bene non diventi amore. L’amore non diventi famiglia. Che l’amico resti davanti solo davanti a un pc. Che il bisogno di guida non diventi spiritualità. Che il lavoro non diventi passione. E che tutto questo appena menzionato sia supportato solo dai circuiti commerciali per il guadagno di qualcuno. Non ne vale più la pena ammazzarsi di fatica, dunque. Ed io qui, la bandiera bianca non l’ho portata. E non ho fatto la strada per percorrerla all’indietro. Vivo ancora per quel bacio sulla schiena di sfuggita. In quello ho sentito tutto l’amore. E mi son svegliato, senza muovermi. Ho ascoltato i passi tuoi allontanarsi. Non sapevo che poi avrei pianto, che avrei ricordato con dolore. Stai sicura son sempre qui. Con la stessa voglia di credere, di tagliare i limiti, di annegare nel tuo sguardo, di non soccombere nelle difficoltà.

    Credere che ci siano giorni fatti per noi e sorrisi da vestire lentamente. E di abbracci mai pensati con le spalle aggrappate. Le mani fatte per stringerci nella vita. E vivere.

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    August, 2009

    Su la neve (Racconto premiato al Concorso F.Pasqualino 2009)


    Su la neve

     

     

    Uno

    Leslie sta sulla neve come per incanto. La sfiora leggera senza lasciar tracce e per vederla devi guardare bene, intensamente tra i fiocchi, i coriandoli del cielo di Gennaio.

    Il suo muso buffo annusa il freddo e il profumo della carne che cuoce dentro, impaziente.

    Leslie è una bella cuccioletta di ‘Alaskan Malamute’ dalla folta pelliccia bianca e grigia, la sorellina minore dell’husky.

    È robusta, in salute, una brava conduttrice di slitta, furba e straordinariamente docile. Per una coccola in più porterebbe senza fermarsi un carico di legna da Beaver Creak a GoodNews Bay, dalla montagna al mare.

    Leslie è il regalo dell’ultimo natale fatto a Leslie, la sua padroncina.

    Però è di tutti, di tutta la famiglia, e quando saltella sulla neve della via principale è in prestito a tutta Big Lake.

    La sua padrona ha 17 anni e non ha niente se non il papà che lavora dieci ore al giorno, qualche insegnante che la sta preparando agli esami, la compagnia di Leslie.

    E il silenzio di un posto unico e dimenticato da tutti.

    Di tutto quel magico silenzio le rimangono le Philip Smith Mountains e la neve che prova a nasconderle.

    Leslie ha i capelli scuri ricci che le cadono fuori del collo alto del maglione, solitamente provenienti da un berretto di lana grossa e colorata.

    Anche lei è bianca. Bianca come la neve. Però quando entra nell’aula di scuola o al rientro entrando nella cucina di casa le guance le si fanno improvvisamente rosse finché non si abituano al caldo. È una bella ragazzina, ma non lo sa.

    Nessuno glielo ha mai detto, neanche il papà.

    Big Lake è un paese molto piccolo. Leslie ha solo quattro compagne di classe e non sono nemmeno sue amiche. Erik, il papà, ha provato a convincerla a socializzare di più con loro perché vengono da famiglie rispettabili, sono educate, e perché così passerebbe il tempo e imparerebbe i segreti della vera amicizia.

    E poi l’inverno è lungo. Non si può stare sempre soli a casa.

    Leslie non le vuole come amiche. E in risposta al perché del padre, una volta sola ha detto:

    «non capiscono la poesia».

    Poi il silenzio. Si è spiegata così, come se bastasse.

    In effetti ad Erik non bastava, ma era ormai troppo preso dalla pesca dei salmoni, il lavoro stagionale di tutta Big Lake. In più quest’anno i pescioni sembravano essersi riprodotti di più.

    Così il silenzio di quelle cose non dette rimase.

    Erik è conosciuto come ‘Big Erik’. E ci sta bene. Un ‘Big Erik’ a Big Lake. In effetti è proprio robusto, ma tutti si chiedono come possa esserlo dato che nonostante tiri su quella mole mangi quanto un cardellino. Leslie, la sua bianca bambina è l’opposto, è la mamma da giovane, pallida e magra e mangia forse la metà di un cardellino.

    Quindi la cena è solo uno scambio di bottiglia d’acqua sorgiva tra piatti che stanno semi pieni e smettono presto di buttar su vapore. Dei grazie e qualche prego.

    Leslie, l’altra Leslie, quella paziente lupacchiotta col muso tra le tendine, in pratica era per lei che si cucinava. Erik non lo dà a vedere, ma è preoccupato per la figlia. Non abbastanza? Non è così semplice. Magari lo fosse. Sarebbe ingiusto anche un giudice giusto che ascolta l’arringa di un avvocato giusto in un tribunale super giusto nel giudicare un padre. Ci son tante cose in gioco. Vedere nelle intenzioni non riesce a nessuno, neanche con la giustezza per occhiale.

    Due

    Dovete sapere che in Alaska a causa del gran freddo il mese di Gennaio e Febbraio le scuole restano chiuse, un po’ come le vacanze estive, quelle più lunghe che si fanno in Europa. Lì invece l’estate è ideale per studiare perché è come la nostra primavera.

    Leslie un giorno di metà Gennaio, come al solito, prese una tazza di caffè lungo dalla macchinetta elettrica, la bevve in un sorso, prese il cappotto pesante, sciarpa e stivali, staccò le chiavi dal loro posto sulla parete, prese un quaderno, una penna più una di scorta e uscì. Anche se non c’era scuola.

    Con lei l’altra simpaticissima Leslie a saltellarle attorno.

    La direzione era verso il bianco. Il bianco della neve. La neve era dappertutto. Quindi non c’era una direzione vera e propria. Ma a lei serviva un bianco, quel bianco bellissimo che aveva visto fin ora solo in testa. Leslie e la sua padrona si spingevano camminando in territori quasi sconosciuti. Il vento gelido cominciava a filtrare dai monti e i gradi da -10 si spingevano ancora più giù. La neve diventava sempre più pesante e sempre più alta.

    Il paesaggio era di compagnia: abeti e larici, le cui foglie aghiformi e la cui chioma piramidale sopportano quelle intense nevicate. Di tanto in tanto non mancavano, tuttavia, foreste di betulle, pioppi e ontani. Macchioline di verde scuro sotto il tappeto bianco. Nel loro sottobosco con i muschi nascosti numerosi animali silenziosi, tra cui l’orso, l’alce, la renna e il lupo, la lince, il ghiottone e lo zibellino.

    Qualche verso al passaggio delle due esploratrici da parte di crocieri e nocciolaie, volatili abituali frequentatori delle foreste di conifere.

    E ogni tanto anche qualche casupola, la cui luce usciva fuori dalle finestre e si posava sulla neve. L’odore della legna bruciata della stufa, quello della corteccia umida che si mischia al suo vapore.

    Il profumo di tante minestre che esce caldo dagli spifferi.

    Faceva sera e Leslie non aveva ancora trovato quel bianco, così tornò a casa, dispiaciuta, con un quaderno che doveva avere almeno una pagina piena, vuoto.

    Divenne un’abitudine. Ogni giorno Leslie dopo che Erik usciva per andare al lavoro si preparava, prendeva due penne e un quaderno, chiamava Leslie e andava verso la stessa direzione del giorno precedente, rifacendo tutto il cammino per arrivare allo stesso punto. Da lì guardava l’orizzonte, si girava indietro e poi lo superava. Si portava sempre più in là.

    Leslie amava troppo la neve e quel freddo pungente. Quel bianco suddiviso in fiocchi d’arte. Quelle forme strane durante il tragitto diventate qualcosa grazie alla neve, e quei colori diventati nient’altro che bianco grazie alla neve.

    Quel rumore unico che fa la neve compattata, o quello che fa quando la appoggi sulla pelle del viso calda e lei squaglia e a te pizzica, quel sapore ancora più puro dell’acqua.

    Secondo Leslie Dio ci crea alla stessa maniera dei fiocchi di neve. Ognuno diverso, con i suoi particolari che noti solo se guardi da vicino, ognuno necessario, speciale, voluto a questo mondo e ognuno destinato a sciogliersi prima o poi, in volo oppure a terra. Ognuno a contribuire al progetto di Dio. Così ogni volta che nevica è perché lui sta facendo nascere qualcuno al posto di chi ha lasciato il vuoto.

    Leslie cominciò a tornare sempre più tardi a casa, sempre prima di Erik.

    Lei viaggiava. La notte con la fantasia dalla camera sua. Il giorno coi piedi arrivava lì in quei posti che aveva immaginato. Una sera Leslie arrivò in un posto davvero lontano, un posto strano. Una radura di ghiaccio spesso, sgombra, con un cartello piantato all’altra estremità. La scritta era illeggibile dalla notevole distanza, così scese dall’altura da cui proveniva. Durante il percorso che fece per scendere cominciò a nevicare fiocchi bellissimi, grossi e leggeri. Stavano sospesi non si sa per quanto tempo in aria. Ancora cinque minuti. La pallida ragazza arrivò davanti al cartello. Restò in silenzio. Non tremò neanche per un attimo. La scritta diceva: ‘Qui giace Leslie Petterson’.

    Tutto qui. Nient’altro. Neanche una foto sù.

    C’era tutta la storia che le avevano raccontato. Era la mamma.

    Tra una fessura di nuvole uscì un raggio di sole fortissimo. Il ghiaccio divenne uno specchio, i fiocchi divennero le gocciole specchiate che andavano per conto loro, in salita e in discesa, e la luce del ghiaccio esagerarono le nuvole bianche cariche di neve.

    Il bianco. Quel bianco impossibile che cercava...

    Si sedette accanto al cartello storto, sulla neve sul ghiaccio e sulla luce, prese il quaderno e scrisse.

    Tre

    Una volta una zia le aveva chiesto che regalo volesse per la promozione, dicendole che tutti i parenti avrebbero fatto una colletta e lo avrebbero comprato per lei. Si aspettava la richiesta di un oggetto costoso, un telefono come quello che piaceva alle sue compagne o un bel vestito per non passare inosservata alla festa di fine anno.

    Leslie le rispose che voleva solo il bianco della neve. Il bianco più bello della stagione per scrivere la poesia più bella della stagione. In casa risero anche gli zii più disinteressati. Nessuno poteva darle un colore. E le poesie non servono a niente, sono come le storie inventate, un modo per togliere il tempo allo studio e al lavoro e darlo alla fantasia.

    Ma chi si sente di scrivere qualcosa lo sa da che nasce e appena impara a farlo lo fa. In silenzio.

    Fantasia o no sicuramente è la cosa che desidera di più, sia messa in discussione oppure no.

    A 17 anni poi si sentono ancora forti le strette, le strozzature all’imbuto del cuore per le cose non dette.

    Andrebbero gridate. Chi non ha la forza nella voce le grida su un foglio di carta. Leslie.

    Quel giorno in mezzo al ghiaccio, alla neve e alla luce aveva scritto la poesia più bella non solo della stagione ma della sua vita. La stava aspettando.

    Quella stessa sera durante la cena aveva stranamente aperto bocca e chiesto a Erik:  «Mamma?».

    Era una domanda per sapere tante risposte. Era una di quelle domande che tutto il tempo trascorso ti rende inaspettata da rispondere. Una specie di voragine improvvisa da colmare.

    Erik le chiese: «Mi passi il pane per cortesia?». Era una domanda per chiudere tutti i perché.

    Torniamo un attimo alla poesia. Leslie non viveva di altro. Non aveva niente nella sua gioventù, aveva solo la capacità di guardare dentro alle cose più superficiali e banali del mondo e di tirare fuori le loro gemme più belle e anche più tristi cui non si fa mai caso. I significati più nascosti.

    Ci potresti provare, ma non ci riusciresti neanche in un millennio. È come avere un senso di più.

    O lo hai o non lo hai. Se lo hai sei anche più fragile.

    Leslie aveva bisogno di crescere tanto tanto e tanto. Ma non per la poesia. E neanche per l’altezza. E di diventare più forte. Crescere per vivere più cose, per uscire dal pianerottolo con la testa un po’ più in su, con gli occhi un po’ più lucidi, a spalle dritte e con il colore dei denti visibile ogni tanto tra le labbra.

    Però una cosa l’aveva capita. Ed era una cosa molto importante. Quel giorno tra neve ghiaccio e luce. Non bisogna credere agli altri, la vita è bugiarda, bisogna cercarsi la verità da soli. Crederci fino in fondo anche se rasenta la fantasia. Crederci e scriverla, su un quaderno a righe.

    Passò qualche anno. Leslie un giorno uscì di casa e non vi fece più ritorno. Sapeva cosa lasciava, sapeva cosa voleva trovare. Erik in fondo era un buon padre e le sarebbe mancato. Ma le sembrava più importante trovare ciò che aveva perso che mantenere ciò che già aveva.

    Sarebbe stato un viaggio lungo ed incerto. Sarebbe stato dolore.

    Però c’era ancora tanto bianco da vedere, tanti bianchi da desiderare su per la strada.

    Leslie nel suo cammino si fermava ad ogni villaggio che incontrava, ad ogni gruppo sparso di casette di legna col tetto a punta, chiedeva ospitalità ed in cambio offriva manodopera. In quei viaggi conobbe tante persone diverse, tanti apprezzabilissimi fiocchi diversi, contadini e intellettuali, parlò con i saggi sui misteri della vita, con operai e artigiani che le svelarono i segreti per costruire qualsiasi cosa, con le famiglie imparò ad accettare la compagnia e la cooperazione, dai vagabondi soli come lei sentì le storie più affascinanti degli angoli più nascosti del paese.

    Non si tratteneva più di una settimana, chiedeva informazioni, memorizzava le cose più belle del posto, le faceva affondare nel cuore, le ripescava per portarle sulla carta.

    Semplice e naturale. Via di nuovo. Il mondo andava avanti più veloce di lei, gli anni passavano, la tecnologia, le scoperte, il sapere e la cultura arrivavano fin in cima alle montagne. Ma lei era sempre lì con le sue quattro cose, con Leslie paccioccona e il suo bastone fra la neve a disegnare scie sui fiocchi in un viaggio senza fine. Fino al giorno che incontrò Rijk. I suoi occhi erano qualcosa di più bello del ghiaccio. Il suo sorriso era più della luce, dei riflessi di tutti i bianchi del mondo. Fece leggere a lui tutte le sue poesie. Ma non poteva fermarsi. Lui, che era un giovane editore, le pubblicò un libro da quelle poesie scegliendo le più belle. Giusto il tempo di darle una copia prima che ripartisse. Lei amò Rijk con uno sguardo intero. Lo ringraziò con una voce a metà. Poi si voltò verso una nuova strada.

    Quattro

    Anni. Quanti anni. Leslie cominciava a sentire il peso del viaggio. Il tempo la stava facendo invecchiare prima del tempo. Adesso aveva 30 anni, uno zaino sulle spalle che sembrava più faticoso, una vecchia ‘Alaskan Malamute’ dietro le scarpe che andava curata. Il vento gelido di mille posti diversi le aveva scolpito le guance, il sole le aveva schiarito i capelli che portava lunghissimi. Gli occhi erano pieni delle cose che avevano visto e non riuscendo a sostenerle creavano delle pieghe sotto le palpebre.

    E dentro qualcosa si rinnovava sempre. Forse per la speranza.

    Un giorno di Novembre arrivò alla fine. Aveva percorso tutta la regione senza risultati.

    Ciò che cercava non c’era. Era maledettamente fantasia. Una fatica inutile.

    Così riprese le ultime energie per il viaggio di ritorno. Lo fece tutto in lacrime. Squagliavano la neve che incontrava pensate. Non c’era niente al mondo che desiderasse di più. Trovarla.

    Anni. Ancora anni. Aveva la gola secca, le scarpe bucate da cui entrava la neve, Leslie la sua unica compagnia era morta nel viaggio di ritorno, non si sentiva più le gambe, non si sentiva più di vivere.

    Non aveva più famiglia ormai né casa. Non poteva andare più avanti così. Doveva fermare quelle ossa.

    Così si fermò inciampando su un cartello. Era lì dove aveva scritto la poesia per lei. La più bella della sua vita. Era ancora sul quaderno. Era ancora quella radura di ghiaccio spesso di tanti anni addietro su cui veniva pianta neve  fresca. Era ancora un raggio di sole che usciva per lei.

    Davanti a lei stava una figura scura coperta dentro la sua pelliccia. Non la vedeva, era troppo occupata a far uscire dolore e stupore dalla gola. Il suo corpo congelava.

    Davanti a lei la figura si avvicinò, la prese la strinse forte e la rinchiuse nei suoi abiti.

    E del calore suo lo dava a lei. Quel calore che significa vita.

    Era una donna alta e pallida dai capelli neri che sottovoce pregava.

    Leslie aveva perso la sensibilità nella pelle, perdeva i sensi, ma riusciva a sentire in lontananza che qualcuno era lì.  Socchiuse gli occhi. Quando finisce tutto finisce anche la disperazione.

    Leslie non sapeva che il suo libro di poesie, quello stampato e venduto da Rijk, era diventato famosissimo in tutta la regione. Che tutti i lettori di poesie conoscevano le sue poesie. Che le librerie facevano a gara per svuotare gli scaffali. Nessuno sapeva chi fosse ma tutti la conoscevano.

    Non sapeva di aver vinto il premio speciale dedicato al più importante scrittore dell’Alaska.

    Il presidente in persona l’aveva cercata dopo che il ministro della cultura e affari sociali non era riuscito nel compito di trovarla.  

    Non tanto per la medaglia ricordo. C’era da presentare alla gente questa persona speciale, tutti aspettavano di sapere chi fosse. Che faccia avesse e quali fossero quelle dita fatate, sapere da dove veniva quel candore speciale che stava dentro a ogni suo verso.             

    Leslie non sapeva che la poesia più bella era arrivata a destinazione. Dove non era arrivata lei in un estenuante viaggio era arrivata la sua poesia. Dove era finito quel suo viaggio ne era iniziato un altro. Quello della signora Leslie Petterson. Quella poesia che aveva fatto il giro dell’Alaska chiedeva di lei, era dedicata a lei. La scongiurava di ricordarsi di essere ancora mamma. Lei ora era lì per questo. Doveva darle ragione, dirle che era stupenda. Per uno strano caso si erano incontrate proprio lì, sopra la sua tomba, finta. L’idea di fingere che fosse morta era stata del suo ex marito, Erik, per evitare di spiegare alla figlia l’assenza della madre. Lui non l’aveva voluta.  Era morta e basta, facile. Lei aveva accettato di fingere. Ora si trovava appiccicata a una figlia ghiacciata, un monoblocco che faceva pietà, a quel senso di rimorso forte, forte di anni. Ora c’era da far tornare indietro tutto quel che si può.

    Non era stato tutto inutile. No che non lo è stato Leslie.

    Quando riprese vita sentì delle guance sulle sue. Sentì una faccia di gocce dire: «sono la mamma, sono qui». Erano lì dove aveva scritto quel giorno la poesia per lei. La più bella della sua vita. Era ancora sul quaderno. Era ancora quella radura di ghiaccio spesso su cui veniva pianta neve fresca. Il ghiaccio divenne uno specchio, i fiocchi divennero le gocciole specchiate che andavano per conto loro, in salita e in discesa, e la luce del ghiaccio esagerarono le nuvole bianche cariche di neve. Un bianco più bello di qualsiasi poesia. Tra una fessura di nuvole uscì un raggio di sole fortissimo. Loro sdraiate sul ghiaccio senza perdersi un centimetro di abbraccio e calore erano la vera poesia.

    Ancora un raggio di sole che usciva per loro.

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    July, 2009

    Diverso da come immagini

    The Strawberry Fields Memorial in Central Park...

    Image via Wikipedia

     

    L’immaginare fece comporre a John Lennon una musica tra le più belle di sempre, appunto Imagine, la quale faceva suo un messaggio di amore, pace, speranza. L’arte, la tecnologia, i progetti, il volersi migliorare dipendono in gran parte dall’immaginazione. Che mi piace pensare come il nostro posto nascosto dove facciamo nascere il futuro a noi caro, dove creiamo personaggi e per noi li facciamo muovere, in attesa del riscontro con la realtà. Realtà in cui fatichiamo talvolta fino a riuscire a strappare i soggetti dall’immaginazione per portarli accanto a noi, in vita. Nell’era di Internet più vicina a noi la chiave di volta della massiccia espansione della rete e dei suoi utilizzatori si chiama: sharing. Condivisione.

    Con facilità ci è stato insegnato come condividere qualsiasi tipo di contenuto con le persone che ci stanno vicine come amici e con una platea di pubblico improvviso spalancata ai nostri occhi, sconosciuta, che magari ha gli stessi nostri interessi. Tutto ciò si è evoluto fino al Social Network dove, minuto per minuto (per gli utenti più maniacali), ci si può confrontare potenzialmente con un numero infinito di persone. Situazione assolutamente nuova.

    Questo ha aperto nuove porte, alcune delle quali guardate con sospetto, ed anche infide. Una di queste, molto sottile da riconoscere è l’insegnamento che ci è stato dato nell’immaginare. Nella maniera sbagliata, o diciamo meno conveniente. Cosa significa? Confrontarci spesso con persone mai conosciute accende nelle persone più spigliate e socievoli il desiderio di approfondire tale conoscenza. Se ci pensiamo l’amicizia è un valore universale insito in noi molto positivo, sempre vivo. Eppure dal virtuale nascono dialoghi che, seppur sinceri, non rispecchiano la realtà, tanto meno la soggettività, la quale tiene conto di numerosi particolari in più del semplice testo scritto, voce sentita , video visto. Quindi la reale percezione del “conoscere” è sfalsata rispetto alle normali “procedure” che gli esseri umani adottano quando si incontrano. Infatti le nostre difese sul web rimangono basse per poi via via aumentare a seconda di certi campanelli d’allarme che avvertiamo, mentre nella normalità sarebbero alte per poi via via scemare davanti all’avvertimento di segnali tranquillizzanti, o comunque troncherebbero subito un rapporto davanti a minacce. Come dicevo, le nostre difese restano basse perché non sappiamo cosa aspettarci, non abbiamo un idea sommaria della verità riguardante una tal persona.

    Di solito tralasciamo queste semplici osservazioni logiche ed importanti ragioni e iniziamo, davanti alla mancanza di dati oggettivi e soggettivi, ad immaginare. Un vecchio proverbio dice che “l’aspettazione differita fa ammalare il cuore”. Semplice.  Aspettarsi qualsiasi cosa per cui non si ha una base concreta per valutarla porterà SEMPRE a un riscontro nella realtà diverso da come immaginato. Ho scritto che l’immaginazione è quel posto dove cerchiamo di far nascere le cose positive, quelle che ci piacciono e che desideriamo. è proprio per questo che nell’immaginare altri siamo bravi disegnatori, i più attenti ai pregi, i più clementi, i valorizzatori della bellezza. Chi di noi spererebbe per se stesso il peggio? Questo automatismo fa parte di tutti.

    Così l’immaginazione spesso non viene vista più come un limite ma come un’anticamera alla persona stessa, acquisita e confusa con i dati oggettivi stessi. Tale limite è poi evidente quando sentiamo il piccolo o grande dolore dell’aver desiderato, inseguito, coinvolto nella propria sfera emotiva qualcuno che è risultato essere semplicemente diverso. A volte migliore. A volte peggiore. ma comunque diverso da come creduto.

    la notizia è questa: possiamo scegliere l’equilibrio, una confidenza cauta, un modo di porsi che tenga conto di tali cose con il rischio di allungare nel tempo e selezionare le nostre amicizie oppure buttarci a capofitto nel marasma internettiano usandolo appieno, con il rischio di essere vittime del cuore malato, domani. 

     

    Come sempre è richiesta la vostra partecipazione. Punti di vista, esperienze personali, consigli e commenti.

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    July, 2009

    A nuove domande risponderò

     

    A nuove domande risponderò. E per quelle forse crescerò. Aspetto spesso la morte di noia nel letto e non mi sento per nulla perfetto. E delle domande, pure io ne ho paura. Pensare come sanguinare. Comparare ieri con oggi. Come vorrei solo pensare ad un angolo di fresco dove trovare di nuovo un amico, un’amica. Buttare fuori dalla finestra quest’aria calda, non sentire la stanchezza. Essere più leggero del peso della gravità delle cose. Con un bel paio di forbici tagliare le responsabilità e spostarle in una scatola chiusa da aprire domani. Pensare solo a far tornare quello che esisteva prima. Prima di questo mio me stanco.  Poi vedere quegli indici puntati davanti non aiuta. L’ignoranza non aiuta mai. I fatti sono fatti, ma non capisci il vero valore, se non sai il perché quei fatti sono compiuti. E c’è sempre qualcuno che ha bisogno di far vedere i fatti con gli indici lunghi senza commentare i perché, senza nemmeno cercarli. Brutto, brutto lavoro questo. A loro, io dico, non ho scuse. Non ho di che scusarmi per un limite che io stesso odio. Ma sono davvero stanco, a volte fino allo sfinimento, e non ho il potere di evitarlo. E tralascio tanto, mi perdo anche quello che vorrei.  Allora sarò il vostro brutto e cattivo. Ho vissuto bene prima di voi e vivrò bene dopo. Certo non pretendo di esser compreso. Entrare nell’animo delle altre persone è una capacità ed un pizzico di fortuna di persone empatiche, ed è normale che qualcuno si fermi prima di riuscirci, per scarsa voglia, per incapacità. In fondo, merito davvero di essere compreso? Perché'? Da chi? Chi lo dice? Solo io, il difensore di me stesso. Penso a quelle domande a cui ho paura di rispondere, quelle del futuro. Quelle che la risposta è già un rimprovero. E sono da affrontare per ricominciare a essere grandi.

    E rispondere davanti a te, una qualsiasi te, sarebbe forse ammettere di essere non all’altezza di te, qualsiasi te. Sarebbe un dover confrontarsi con il perché non ho fatto prima ad arrivare sulle cose, umiliarsi su i veri limiti che ho, sull’incapacità di averti dimostrato il bene che provo per te. Questo è triste. E triste cerco una leggerezza impossibile.

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    July, 2009

    “Sì viaggiare, evitando le buche più dure, rallentando per poi accelerare..”

     

    Si è fatto mattino, e oggi non è una giornata in cui vorrei parlare di cose importanti. Ma queste ultime 24 ore, passate assolutamente sveglie, a pensare, hanno avuto la stessa funzione della riga che si mette sotto le addizioni per separare il risultato da tutti quei numeri che hai trovato per la strada. Guardandomi indietro, in questi ultimi 20 mesi, numeri ne ho trovati diversi. Questo blog ne è un esempio, ricco di fatti e di spunti riflessivi raccolti per strada. E li ho sommati. Con piacere, ma anche no.  Perché in mezzo c’erano anche sottrazioni volute e cercate da fare. Quello che ho afferrato è che non siamo mai arrivati, nella vita. E non si deve pensarlo mai. Che il successo non è solo dato dalla quantità di addizioni, anzi molto spesso è ininfluente, ma dalla costanza nel mantenere le situazioni stabili. Parlo di lavoro, amicizie, affetti, stile di vita, pretese, obiettivi. Tantissimi di questi ne ho perso per strada. Da un lato è vero che siamo quello che gli altri riescono a vedere, dall’altro dire questo è riduttivo, sicuramente siamo quello che abbiamo deciso di fare. Anche se nessuno ne sa niente. Se ci stiamo lavorando con costanza siamo anche quella parte nascosta. Quindi le macchine, gli orologi, gli abiti, i telefoni, la sofisticazione sono quella parte che si vede che può darci un indicazione di cosa stiamo cercando o perseguendo. E sono le prime cose che, davanti a un problema inaspettato, non contano più niente, vanno a farsi friggere. Gli obiettivi, quei sogni sostenuti da piccoli passi giornalieri ci portano avanti. Anche davanti ai problemi, non li perdiamo. Magari si accorciano i passi, magari ci metteremo più tempo, ma ci sono sempre, e dicono chi siamo. Almeno a noi stessi. Da un esame onesto posso dire che certi obiettivi li ho persi davvero per strada del tempo fa. Ho tenuto tutto il di fuori ma ho negato, alla mia volontà, alla mia concentrazione, alle mie forze, proprio le cose che un tempo cercavo. E sapevo di aver bisogno. Sono contento di buone cose che ho fatto in questi  20 mesi.  Ringrazio anche chi mi ha reso possibile ciò. Dagli errori ho acquistato un nuovo punto di vista. Io sono in un diverso punto di osservazione ora. Ed in base a questo scelgo di lavorare per qualcosa di duraturo, in silenzio, dentro me. Attendo ancora che le idee si schiariscano del tutto e si concretizzino. Ma di certo il punto cardine sarà l’equilibrio applicato al perseguimento di obiettivi più altruistici e più importanti nella vita di un uomo. Vi siete mai chiesti: “ma io cosa voglio veramente dalla vita”? Scontato dire : essere felice, avere una famiglia, avere dei buoni amici. No: “che cosa hai intenzione di fare nella tua vita di speciale”? ”Cosa vuoi provare delle cose che ti arricchiscono”? “Cosa vuoi essere capace di condividere, infine, con gli altri”? Se parto da casa per andare a Bari non ci arrivo per caso. Ci arrivo se ho la cartina stradale. E quel tragitto ti serve per arrivare in un determinato posto. Altrimenti farai altri tragitti. Le cartine stradali per la nostra vita non si comprano. E non possiamo prendere quelle degli altri. Dobbiamo prima decidere dove vogliamo andare, e poi trovare i modi per arrivarci. E se ci uniamo a una persona a cui vogliamo bene, dobbiamo voler arrivare insieme alla stessa destinazione, e dobbiamo condividere lo stesso identico percorso studiato insieme. Ci serve sempre e comunque la nostra mappa. E la voglia di viaggiare. Io ho voglia di farmi questo viaggio.

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    June, 2009

    “Amore pace e gioia infinita”…

    An example of a social network diagram.

     

    Oggi ero in fila in farmacia. Eh già, non è un bel posto dove fermarsi a pensare. Gli occhi scivolano un po’ su tutto e mi rendo conto di quanti prodotti commercializzati con la promessa: combattere lo stress. Perfino le chewing gum antistress. Poi se fotografo i volti delle persone che ho visto, facilmente trovo il perchè di quei scaffali pieni. La giornata continua. E vedo quanto fa male l’ansia al cuore di un amico. Al suo viso. E penso che siamo tutti esposti. Tutti ugualmente fragili davanti a ciò che ci succede. Quel che ci succede non smette di cambiare, un bene, un male. Facciamo fatica ad accettare i cambiamenti quando sono da noi decisi, ancora peggio quando a deciderli è stato nessuno.  Vedo le persone, me stesso, sfidare i propri limiti senza il dubbio di non poterli superare. Lo slancio e la forza, ecco cosa mettiamo sul piatto. Per arrivare dove non siamo stati mai. Alla felicità diritto dell’uomo. Poi, una virgola della frase che siamo si sposta, ce la spostano, e cambia il significato, la direzione dello slancio e della forza. Non riconosciamo più la nostra vita. Dici: ”ma io ero questo un momento fa”. Non siamo fatti per essere rotti, ma piegati. Non siamo fatti per accettare di essere piegati, di non poter fare, essere ciò che eravamo o semplicemente volevamo per noi. Ma si impara. Lo si deve fare. Credo che sia una delle più grandi sfide di questo futuro accettare nuovi limiti. Accettare per superare. Per non aspettarsi troppo da noi stessi e dagli altri e non illuderci.  La società ci sta imponendo grandi cose semplicemente per vivere. Per ottenere gli stessi risultati gli sforzi da fare son più numerosi di quanto lo erano appena un decennio fa, in ogni aspetto della vita. Il lavoro, l’economia, le amicizie, riservare del tempo per le cose più importanti. Tutto ci costa di più. Quello che ci piace e quello che non ci piace. Per questo vedo uomini in ginocchio, tolti dalle loro speranze. Quando una persona dà ciò che è, tutto, poi finisce. La società continua a chiedere, a fare l’esattore. L’uomo si piega. E iniziano i limiti. Scopre che non può fare tutto quello che poteva fare prima. Diminuisce la sua forza, la sua importanza al mondo. La sua serenità. Se penso all’ansia, allo stress, al panico, lo smarrimento, all’incapacità di essere ciò che vorremmo, penso al fatto che non abbiamo gli strumenti adatti per esserlo, oggi. E se invece in questo momento lo siamo, prendo atto che non sempre potremmo esserlo. Colpa delle virgole. Penso che ciò che ci rimanga di davvero importante sia la forza collettiva nel sostenerci. Quell’arrivare dove l’altro non arriva. Senza giudizi o pregiudizi. L’essere nella vita di un altro quando gli si sposta la virgola maledetta per aiutarlo a dare un nuovo senso alla frase. Parlare di forza, ma anche di un pianto sulla spalla, di sapersi piegare per non rompersi. E dolcemente attendere che chi ci sta vicino faccia così un giorno, con noi. Per creare dentro un male qualsiasi “amore pace e gioia infinita”…

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    June, 2009

    Sappiamo più le cose che non ci interessano che quelle che dobbiamo sapere

    La repubblica di oggi, 13 Giugno 2009

    La libertà dell'informazione è un principio fondamentale. Giorgio Napolitano, al vertice Uniti per l'Europa, mette la libertà di stampa tra i cardini della cultura e del sistema politico del continente in un momento di grande polemica nel nostro Paese: "Bisogna aver fiducia nell'attaccamento delle opinioni pubbliche ai principi liberali, particolarmente a quello della libertà e del pluralismo dell'informazione", ha detto Napolitano.

    "Non possiamo avere dubbi - prosegue Napolitano - sull'importanza fondamentale dei principi che comunque devono presiedere all'attività di informazione nei paesi dell'Unione Europea. In merito alle situazioni nazionali sull'applicazione di questi principi però non possiamo entrare nel merito".

    Ora mi chiedo, italiani chiedetevi: se noi non possiamo entrare nel merito, chi lo può fare? Chi altro lo farà? Chi altro è interessato a preservare i principi sani della corretta e libera informazione se non gli stessi beneficiari? Il nostro presidente della repubblica in pratica ci ha detto oggi: L’Europa e L’Italia riconoscono che la libertà è un principio fondamentale, irrinunciabile per il popolo, com’è il diritto del lavoro, della giustizia applicata equamente per esempio. Però, dell’Italia non parliamo, non possiamo parlarne.

    E perché? Forse perché i cittadini non possono vedere il marasma comico di imbarazzanti comportamenti dei media, puntare il dito contro chi deliberatamente passa sopra a questo principio per fare del puro servilismo ai suoi padroni?

    Queste dichiarazioni, imbarazzanti, per un rappresentante del governo, sono il termometro a mio parere di quanto “le cose vadano come si vogliono far andare”. E da semplice cittadino, non coinvolto da nessuna forma politica, mi sento imbarazzato dal comportamento di queste testate giornalistiche, telegiornali, che non fanno altro che reggere i pantaloni a chi ha o vuole il potere,  a tutti i costi. E tra tutti i costi, il più salato che paghiamo noi cittadini, è non sapere cosa succede veramente nel nostro Paese ed il perché. E con il non sapere viene sempre meno la voglia di sapere.

    Ecco perché c’è ancora chi, oggi, ha la stima, la fiducia verso certe persone, certi partiti, certe promesse lunghe da decenni. Sarebbe più difficile scoprire e accettare le verità che ci son state filtrate. C’è ancora chi crede davvero che l’uomo cambierà il corso del futuro in meglio. Ma c’è sempre più chi crede che “l’uomo stia dominando l’uomo a suo danno”.

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    April, 2009

    Fuori c’è la notte

    Per spiegarci, almeno. Ma il silenzio ci nega.

    E spiegarsi da autodidatta cosa sia l’amore è un’impresa anche davanti agli studi degli altri e ad una lavagna zeppa, se coincida con quelle forme familiari che muovono i vestiti di lei alla maniera del vento, se siano cose dette o taciute, filmate o scattate, o rise e piante a ripetizione negli anni. Se sia una scienza di calcoli esatti ed eventualità plausibili, una storia di eroi date gradi territori volti di strada, una filosofia di perché a cascata stravecchi come i brandy, degni solo di rilegatura. Se sia il sogno acceso per tenermi su in equilibrio sopra la follia degli svegli, un capriccio a orologeria, se siano fiocchi rosa o celesti all’infuori delle porte, una normalità eccezionale o un’eccezione nella normalità, un format un target un budget per chi è avanti, almeno con l’inglese, e può esibire quanto volere quanto ottenere, o se solo è una grandissima bugia gratuita che sopportiamo da coscienti e perplessi pinocchio, consigli per gli acquisti per distrarci dall’odio dappertutto.

    Provo a prenderlo da dentro per farlo salire fuori fino a scaldarmici tutto di questo benedettissimo. L’amore che il troppo silenzio nega.

    Che mi provoco e non vomito neanche a misere lacrime. Che gratto i bordi oro dei più ricordi, schiarisco la voce mentre la testa martella ancora rossa punendomi sulla scritta «ritenta sarai più fortunato».

    Il disco che gira in pausa. Ravvivo il fuoco e mi compiango guardando vecchi abbracci legati e sfibrati come stringhe nel tempo. La bottiglia di Cabernet Sauvignon si stappa da sola senza sforzo e mi verso nel bicchiere nel recupero del ruvido rosso uva da dare al rosso del sotto la mia buccia. Spengo le luci e accendo la voce nera della cantante.

    Tu che non prendi quel maledetto telefono tra le mani. Ed io che so che non lo fai per lo stesso motivo mio. Siamo giustificati dal punto e a capo e sciocchi tali e quali.

    L’atmosfera che dà un aiuto del 20 per cento. E poi il dolore. Il vuoto. Il caldo che sboccia in tutta la stanza. Stringersi nelle pieghe delle coperte come un pulcino bagnato dai sogni per vedere dove va a fiorire. Forse una vaga idea di cosa l’amore sia può affacciarsi se c’è atmosfera.

    Ma tu non sei vaga sopra il tappeto di casa che non è vago e bussi con nocche decise. Non ti aspettavo. Lo so è strano, pensavo succedesse solo a Hollywood e mi butti le braccia al collo con l’entusiasmo che ti serve da slancio che quasi mi devo inarcare per contenerti tutta quanta, dolce. Che dovresti chiedere scusa al mio povero cuore per la sberla che gli hai dato. E diventi quell’80 per cento mancante a questa storia e a questo tempo che tutte le idee possono non servire più per studiare e imparare quelle cinque lettere: amore.

    Mi tieni le mani e non diciamo nulla. Non diciamo tutto quel che sarebbe da dire e che abbiamo già capito che si può rimandare. Ci siamo desiderati troppo tempo e sprecati per tantissimo altro. Ci siamo tenuti pronti davanti agli specchi ed impreparati davanti alla vita ma è un gioco.

    Che sei quel rubinetto sempre aperto che non allaga mai niente e nessuno.

    Che sono quel pazzo che pagherebbe la tua bolletta per sempre. Ma è un gioco. Incroci le gambe che le calze a contatto in attrito frusciano come fossero foglie d’autunno. Ti prendi il posto ti scrolli l’inverno dal cappotto e non guardi neanche un attimo la casa. Prendi la pelle delle mie dita a millimetri discreti. Ti arrivano i miei brividi fin sopra la collana di perle. Il bambino sono io, gli anni non sembrano e non contano e lo so perché mi sorridi come una mamma. E ti lasci guardare più di tutto traverso luce e buio e gocce di lacrima nate per l’arcobaleno dell’imbarazzo. Mi arrivano i tuoi pulsi frenetici e composti assieme al profumo di sapone bianco per tutto il posto che c’è libero in me. Hai il viso stanco ma decisamente liftato dall’emozione e pensi, smarrita tra il marrone e il bruno dei capelli cosa pensi, qualcosa pensi, quel che vorrei sapere pensi.

    Io sono in quel traffico vicino di ipotesi, fermo ad un semaforo, indeciso se capace di rubarti il cuore come si rubano le caramelle ai bambini o lasciartelo addosso. La luce accesa è quella del mezzo.

    Giallo, ancora in forse sul frenare precipitosamente prima di te o precipitarmi a passare su te senza freni e lasciare il rosso agli altri di coda. Il silenzio non ha colori, il silenzio ci confessa, ci riporta qui. Non importa se sei materia improvvisa ed io non ti so dall’inizio alla fine. Ancor meno conterà se poi la tua fine diventerà il mio inizio e il mio inizio la tua fine e i nostri perimetri saranno uno spazio solo riempito di noi.

    Non perdo niente di quel tuo muto dialogo per ripassarlo mentalmente e ripeterlo a questo tutto magnifico troppo senza nome.

    Il fuoco scoppietta, la bottiglia ancorata sul legno del tavolo langue, le fotografie sparse sopra le fiamme che divorano volti freschi e giovani del passato in coriandoli.

    Così decido di scappare una buona volta, di non cercare il senso per l’amore del dizionario e andare nella direzione del tuo maglione a collo alto per vedere cosa c’è di più morbido del divano e dei cuscini ripieni e del resto, passando dalla teoria ai sorrisi di cera del vero che fondono e gocciolano sulle nostre strade fatte di labbra.

    Tu che mi fermi, mi stravolgi, mi butto e ti recuperi, ti perdo e poi ritrovo, mi fronteggi e scansi, prendi tempo e poi disatteso lo accorci, che c’è del morbido che ci riveste pelle del cuore e ossa, tutto per mani disperate, per tutte le attese, per tutti gli sguardi che avranno coraggio. Respiri che spolveri. Respiri che ti sento, che non ti rendo. Respiri che ti sento la vita.

    Fuori c’è la notte. Domani ti rivedrò dopo anni lunghissimi che sono stati questi due secondi combattuti per non farsi sfilare così eterni nel bacio. Fuori c’è la notte e dentro, domani ci saremo noi.

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    March, 2009

    Non sei dove sono io

    Chi sei? L'hai scoperto? Cosa sei? Te l'hanno mai detto? Ti hanno mai pregato di sparire? Ti hanno mai lasciato alle tue foto e arrangiati, mettiti in piedi da solo, che la tua famiglia sei tu. Che il sangue che ti scorre non importa da dove viene e non importa dove finisce. Ti hanno stretto mai la giacca così forte da stroppicciarla per restare? Ti sei mai messo a stirare i centrini mentre il resto del mondo crolla? L'ho fatto oggi. Ma non è che il mondo cade da oggi... Una pazzia in più cosa sarà mai? La fine, comunque, l'inizio comunque. Il continuo, comunque, della tua esistenza. Allora non voglio sapere cosa vale la pena e cosa no, grazie.
    E tu lo hai voluto mai sapere, cosa valeva, vale la pena per me? Non mi sono accorto.
    Scusa, sono stato sbadato. Forse. O forse molto attento. Le facce che non mi ricordo, che sono scomparse sempre da dentro il tuo viso.
    Vieni a dirmi che mi hai insegnato. Vieni a dirmi che mi hai salvato. Almeno una volta. Vieni con la tua faccia a dirmelo.
    Ma sai già...non ti convincerai. Ma almeno ci fossi a salvarmi. Non ne ho bisogno. Ma almeno ci saresti. 
    Perchè sono di nuovo qui, con gli schiaffi sulla vita, e sono arrabiato per quei centrini così belli per un salotto che non ho. Mentre mi perdo tutto quello che non mi hai dato tu, tutto quello che non ho imparato a tenere come invece hai fatto tu così bene.
    Tenere il lavoro anche se non è per te. Tenere la bella faccia.
    E fare quello che i problemi non li ha mai. Che i problemi li hanno gli altri, i poverini.  Fare sempre la cosa giusta che viene dalla testa. Cos'è il cuore? Serve nella vita? Ce l'hai? E da chi l'hai preso?
    E poi andare avanti imperterriti. Chi può dirti cosa fare se non uno solo. E l'hai ascoltato?
    No, io non sono così. E se sto andando a fondo in qualcosa lo dico, e lo scrivo, e mi prendo la colpa. Ma resto. Non scappo.
    A fare le brutte figure davanti a una ragazza che mi vuole bene e a cui devo spiegare perchè ho trascurato i miei doveri, perchè non mi son preso le responsabilità. A fare le brutte figure davanti a persone che non mi conoscono e non mi vorranno conoscere a questo punto. A dire scusate, sono fatto male, ma c'è ancora tempo. A graffiare il pavimento su quel poco che mi è rimasto sapendo che è poco.
    A dire va bene mi rimetto in gioco. Perchè posso.

    Ma sai cosa sto copiando da te? Sto mandando via tutte le cose che dovrei tenere per davvero vicine. Con la differenza che io so che sono davvero lì..importanti... Quelle dentro e quelle fuori che vogliono vivere di me, per me. Le sto tenendo in cantina, perchè ci vuole il coraggio per..oh sì..ce ne vuole..per tenersi. Per essere veramente qualcuno davanti a qualcuno in certi momenti.
    Per essere guardati in faccia dopo che si è gettata la spugna. E tornare sui propri passi e giudicarsi. E non piacersi. E riprendere la spugna.
    E' più facile passare sopra le opinioni degli altri, vero? Come dire: non mi tocchi. Nessuno di voi mi tocca. Ma vi trascino con me al buio.
    Ma mi sto stancando di essere questo briciolo di te. Voglio essere una parte di buona di te. Non la debolezza che hai mascherato nella tua forza. E non voglio ricordare che per te sono niente. Che per te sono una saetta da cui non hai imparato. Che per te sono un account di posta elettronica, e una foto da qualche parte, e un numero che non fai da anni, che sono quello che ti ha messo a nudo  e criticato davanti a chi non volevi, per il nostro bene. Non voglio pensare che sono notizie attraverso altri. Che sono chilometri che non vuoi accorciare. Che non sei disposto a darmi qualcosa che mi manca, anche se ho 25 anni. Che le spinte non sono mai arrivate da te. Che se un giorno troverò la vita vuota per aver perso tutto non andrò da te a recuperare qualcosa che non c'è. Non voglio ricordare il tuo pugno sulla porta. Le minacce, io che salgo le scale e so di avere ragione su un argomento stupido su cui non mi imporava avere ragione, mentre volevo solo te. Solo te. Che capissi chi sono come l'hanno fatto tutti gli altri che mi vogliono bene. E che apprezzassi quel piccolo di buono.
    Non voglio ricordare le porte sbattute, che se fossero state aperte ora saprei qualcosa di come farcela. Di come si combatte la vita.
    Non voglio ricordare tutte le volte che non mi hai preso vicino te, sulle tue gambe, che non c'eri di proposito.
    Perchè sono una grossa grana a volte. Meglio star tranquilli.
    Non voglio ricordare che non sai se mangio o no, se esco con la barba sfatta, e se vado dietro alle ragazze oppure ho la testa apposto.
    Che non sai se ho un senso ancora da farti conoscere,una persona da farti vedere, una cosa che ho imparato sulla pelle che voglio condividere. Che non sai se sono un uomo. Che non sai mai e mai e mai..
    Non voglio ricordare ma ricordo. E questo è il mio difetto. Io torno alle foto. Io non ce l'ho un cestino per le belle e le brutte immagini del passato. E quando ho bisogno mi stringo in me stesso e cerco quello che devo trovare da solo. Grazie. Da solo.
    Dove sei? Non dove sono io.




    March, 2009

    Importerà. Sempre.

     

    A nessuno importerà. E forse neanche a me, un giorno. Ma sono la mia stanza ora. Si può essere una canzone, come un posto, come un quadro, come un attimo. Io sono questa stanza. Ed è difficile per me raccontare… ma in fondo scrivere serve anche a questo. A fotografare momenti, a sottolinearli con la penna rossa, a ricordarseli e buttarli sulle spalle come una sciarpa e sentire quel peso leggero  e soffice che ti scalda.

    In un angolo ci sono le mie chitarre impolverate su cui ho lasciato tanti sorrisi e tante stonature. Mi guardano appena di lato al letto. Le guardo e mi sembrano di qualcun altro. Ma sono mie. Sono tutte le cose che ho lasciato in sospeso. Che prendono polvere solo per colpa mia. Sono tutte quelle cose che se mi applicassi su di loro proverei gioia. Ed io che fermo, non mi decido mai. Qualcosa so che riprenderò.

    Ci sono libri che ricordo solo per la copertina e libri che mi hanno fatto sognare. Che conservo con cura per ricordarmi chi ero. C’è una lettera sul tavolo, una lettera di una ragazza che non amerò mai. Passato e futuro. No grazie. Ora c’è quel che voglio io.

    C’è una camicia profumata sulla sedia che sa ancora di domenica e di donna con la D maiuscola e di vento fresco. E brillantini sul pavimento. C’è una lucina piccola piccola. E ci sono carte ancora da presentare ad uffici, soldi da spendere per dovere e non per piacere. E ci sono foto che mi ritraggono come dovrei essere, con un sorriso in equilibrio sulla vita con paesaggi per sfondo. Ci sono i segni della mia pazzia e fogli sparsi che provano a riempire il suo vuoto.

    C’è il mio pugno chiuso con la rabbia di cose che non posso cambiare e che cambierò. Presto. E a nessuno importerà, tranne a quello che sono qui in fondo, qui dentro. E resterò solo un giorno, forse, soddisfatto di non aver rinunciato a lottare per ciò che mi illumina, per ciò che mi anima.


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    March, 2009

    Dando un passaggio ad un gatto

    Ieri per la prima volta nella mia vita ho dato un passaggio a un gatto, che da ora in poi chiamerò Artù, senza motivo e contro ogni logica dato che era femminuccia.

    Ero sulla A6 e ad un tratto, ferma vicino ad un autovelox, con lo zaino in spalla, spunta una zampetta con 5 unghiette smaltate. Così per la curiosità che mamma mi ha dato deciso di accostare. La proprietaria della zampetta è una simpatica micina grigia tigrata. Dato che non parla la mia stessa lingua abbiamo comunicato con la lingua dei segni semplificata.Con rapidi movimenti, appunto felini, rotatori, mi spiega che è diretta a Torino, che è uscita per la caccia, che si è allontana un pochino e che si è appassionata così tanto da voler cercare un elefante come cibo, e mi confessa di non averlo trovato ancora dopo 97 chilometri. Dice che è tardi, deve tornare in tempo per fare la spesa per dar da mangiare ai suoi piccoli. Mi mostra il suo fucile a canne mozze e me lo punta addosso, a scopo dimostrativo, costringendomi a portarla fino a casa.

    Mi minaccia verbalmente….

    Immagine 004

    E per rimarcare le sue intenzioni mi morsica un piede.

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    Così costretto, la faccio accomodare.

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    Durante il viaggio si fa l bidet e mi lascia i peli sul tappetino (che era pulito!!!). Nemmeno un minimo di pudore. Trovare un gatto educato di questi tempi è difficilissimo.

    Immagine 006

    A 50 chilometri dalla casa di Artù, mi viene un crampo diringitioide crepuscolare della quarta specie accompagnato da brividi bollenti.Disperato per l’impossibilità di continuare a viaggiare decido di fermarmi per la notte da qualche parte. Artù spara un colpo in aria e con i gesti, i peli ritti e i miagolii mi dice che non è disposta a stare ferma lì. Dice di avere la patente, e che sarà lei a portarmi a casa sua. Così si aggiusta sui pedali e inizia a lanciarsi come una pazza per le strade.

    Immagine 012

    E il bello è che siamo arrivati sani e salvi.

    E il brutto è che in autostrada la simpatica gattina faceva 160, e io non potevo reagire perché teneva sempre il fucile tra le zampe.

    Non c’ è stato verso di dimostrare alla stradale che non ero io alla guida e ho dovuto pagare io le 7 multe e perdere io i 17 punti della patente!

    E forse vi sarete già accorti che non è vero che io dato un passaggio ad un gatto. Già.

    Volevo solo fare bella figura.

    E' più giusto dire che è stato lui, cioè lei, Artù, a darmi un passaggio.

    Un passaggio di fantasia.

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    March, 2009

    Le nostre pause e i nostri no stop

     

    Pausa caffè: 1.300.000 risultati su Google

    Pausa lavoro: 2.200.00 risultati su Google

    Pausa gioco 1.280.000 risultati

    Pausa di riflessione 406.000 risultati

    e sull’altro piatto della bilancia

    Non stop: 76.000.000 risultati su Google

    No stop studio: 83.000.000 risultati

    No stop technology: 39.700.000 risultati

    No stop english: 22.900.000 risultati.

    Vuoi una pausa? Chi direbbe di no. La meritata pausa da un lavoro, la pausa per riprendere i pensieri lasciati a metà, la pausa dal rumore, dall’imparare, dal dovere, dal potere. Eppure guardandosi intorno non si direbbe sia questa la propensione umana. I risultati del più popolare motore di ricerca, che io ho stuzzicato solo per aver conferma di ciò, non possono che essere uno spicchio infinitesimale dei tanti sintomi sociali che si avvertono in questa direzione. Le velocità della vita aumentano e non certo per recuperare nuovo spazio di pausa, di sosta. Ma per incrementare le nostre attività. Il tempo è lo stesso e le giornate si accorciano; perché abbiamo più cose da fare, perché le vogliamo fare, perché non vogliamo restare indietro rispetto agli altri e alla società che ce le ha messe in testa. Dormiamo di meno grazie alla Tv e a internet, ci distraiamo di più sull’immensità di passatempi di questa rete virtuale, e grazie alle consolle dei videogiochi, facciamo sempre più progetti, vogliamo visitare sempre più città, mandare più cartoline e tornare con più foto, perché ma guarda quanto è piccolo sto mondo globalizzato grazie ai voli low cost. Prendiamo la seconda laurea perché tanto non si trova lavoro, andiamo a studiare la terza lingua per non restare ignoranti, andiamo continuamente a cercare i nuovi accessori last minute che riempiranno le nostre case. Andiamo di fretta per trovare, scoprire quel che ancora non abbiamo perché ora il mondo non è come 20 anni fa e può darcelo; ci muoviamo perché dobbiamo far vedere che siamo attivi, produttivi, che conosciamo e sappiamo. Realizzatori di qualcosa. Per sentirci pieni. E quindi importanti. Diventiamo grandi senza accorgerci. Non lasciamo niente ai figli che dovranno a loro volta riempirsi con le inutilità del mondo e correre per riempire il vuoto. Non lasciamo niente alla moglie che poi ci saluterà per sempre. Gelosie e tradimenti e parole affilate come lame. Non lasciamo niente alle persone. Solo parole di fretta spezzate a colleghi, inutili e scontate,commenti che due minuti cancellano. Discorsi tra semafori. Pensieri tra file alla cassa. Diventiamo vecchi e diventiamo invisibili senza accorgerci. L’importante è non fermarsi. Vivere senza soste quel poco che si può. Questo sembra che sia la felicità per tanti. Il moto perpetuo creato per non pensare. Al tutto. Ai perché. Per non farsi domande e darsi risposte che fanno male. Per non decidere e poi scegliere. Ma semplicemente andare. Di fretta fuori dalla nostra stanza e poi tornarci il più tardi possibile e tirare a noi le coperte, sperando di prender sonno con l’ansia di domani.

    Vuoi una pausa? Forse nessuno ce lo chiederà. La pausa vera. Per questo siamo noi a doverlo fare. E non troveremo su Google in quei milioni di risultati la destinazione delle nostre pause più belle. O su un biglietto, un tabellone di partenze, un blog come questo. Le troveremo dentro di noi, ascoltando ciò che abbiamo lasciato, forse, per tanto tempo far tacere: quei desideri, quei sogni, quelle speranze intime che ci commuovono segretamente. Una cosa che pensiamo irrealizzabile. Un sorriso che pensiamo lontano. Una foto che non crediamo di saper scattare. Trasformiamoli poi in gesti e emozioni. Cercando le maniere per entusiasmarci con poco e con semplicità. Cercando le persone, quelle che da anni siamo senza abbracciarle ma fanno ancora parte di una parola che si chiama famiglia, che è più di una parola. Cercando le maniere nel dare, quello che di buono siamo e non che abbiamo. La pausa per pensare agli altri farà ancor più bene a noi che all’intero mondo degli altri.

    E che recupereremo il tempo perso dei nostri no stop o meno, che le nostre pause non siano come le vogliamo noi ma brevi attimi di fuga cittadini e sregolati, ad ogni modo sognando ostinati, aspettando gli altri, cercando più nel piccolo che nel molto e più nel personale che nel globale ciò che vogliamo di più, è probabile che scopriremo qualcosa di nuovo alla nostra età: saremo sempre in ritardo per qualcosa come è vero che saremo sempre in anticipo rispetto a qualcosa, nulla di perso è un dramma, ed il tempo è sempre stato, ed è anche ora, dentro di noi.

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